La gioia del "Morbido" nel nome del padre

Papà Livio lo mise in moto a 2 anni. La dedica: "Mi ha insegnato a essere forte"

Alla faccia del destino, superato in staccata. La vita a gas aperto di Franco Morbidelli è un romanzo tutto da leggere, una narrazione sportiva iniziata a soli due anni quando il papà Livio, ex pilota, lo mette per la prima volta su due ruote, dopo averci provato invano con i nipoti. Ma le orme di Franco sono già impresse, la strada è tracciata nonostante i tempi prematuri. «Mio cugino saliva in sella e iniziava a piangere. Io invece mi divertivo e non conoscevo la paura» ha raccontato il campione del mondo in Moto2 nel 2017, che ha il doppio passaporto (la mamma è brasiliana), parla italiano, portoghese, inglese e spesso lascia intendere un'allegria un po' triste, tipica di quei sogni che si avverano e fanno a pugni con il destino. Papà Livio, ex vice campione italiano 80 e 125, nel 2013 si è tolto la vita, lo stesso anno in cui il figliol prodigo ha conquistato il titolo europeo, iniziando la scalata che l'ha condotto alla ribalta. Fino all'apice di questa favola, con il primo podio in classe regina un mese fa a Brno e soprattutto il primo successo ieri a Misano.

Per realizzare quello che è davvero successo servirà qualche giorno, ma il primo pensiero è andato lassù, dritto al papà, a colui che «su di me è andato all-in», chiudendo l'officina di Roma e decidendo per il trasloco a Tavullia, dall'amico Graziano Rossi, nel giro buono per coltivare un talento cristallino. Franco aveva solo dieci anni, diventerà poi il primo allievo dell'Academy griffata Valentino Rossi, il pupillo di un orizzonte nuovo che lo stesso Morbidelli ha raccontato così: «Quando ho perso mio papà, Vale mi ha detto a te ci penso io, ti seguirò per portarti in Moto2 e io non ho saputo rispondere, non trovavo le parole». Sono arrivati i fatti, adesso quella promessa brilla più di tutte le altre e l'eco della gloria è arrivata fino alle spiagge di Recife, la città di mamma Cristina, che ieri ha seguito la gara al fan club stringendo tra le mani una stella, un talismano inseparabile da quando Morbidelli ha iniziato a correre: «La storia di Franco non è come tutte le altre. C'è tanta tristezza, ma questa è una gioia immensa. Si è avverato un sogno, se penso da dove è partito, da quante incognite c'erano quando abbiamo mollato tutto a Roma...».

Poi a un certo punto è arrivato il momento dell'inno, le parole hanno lasciato spazio ai ricordi, a una carrellata di immagini significative passate per la testa alla velocità della luce. Proprio come piace a Franco Morbidelli, con lo sguardo rivolto al cielo. Perché lassù c'è «chi mi ha insegnato a essere forte e coriaceo». Ma anche un vincente.

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