Bentrovato Brasile dove il «fucibòl» racconta la vita

Un Mondiale al Maracanà: per un calciatore è il massimo che possa capitare

Quale è il più grande desiderio di un calciatore? Giocare in serie A. E poi? Meritare la convocazione in nazionale. E ancora? Giocare un campionato del mondo. E di più? Vincerlo. Ma c'è ancora qualcosa: il Brasile. Tra un anno, anzi sessantaquattro anni dopo quel mondiale che venne dopo la guerra e fu una resurrezione per molti, tranne che per i suicidi brasileri dopo la sconfitta contro Schiaffino e Ghiggia, uruguagi conquistadores in terra di Rio, tra un anno ecco il MONDIALE.

Il Brasile del carnevale, del caffè, di Copacabana, del Pan de Azucar, della foresta amazzonica, del sambodromo, il Brasile di DidìVavàPelè, il Brasile di Toquinho, quel Brasile è fucibòl, è il gioco più antico e più fresco, è il gioco bailado ma anche di lacrime e sofferenze.
Quello che si è iniziato l'altra sera è un lungo, affascinante viaggio, partito nel ricordo Piola, con Boniperti e Rivera in tribuna, con i record di Buffon e di Pirlo, passato, presente e futuro di un'Italia di navigatori ed esploratori antichi, stavolta già conoscendo il sito di arrivo. Perché giocare un mondiale in Brasile significa davvero il massimo per un professionista del football. La Confederations cup ha rappresentato un happy hour con tutti gli annessi fasulli dell'aperitivo gonfiato. Tre quarti dei frequentatori del mondo pallonaro giurano che Blatter abbia apparecchiato la tavola perché il Brasile trionfi, altrimenti sarà guerriglia, come si è visto già durante la coppa confederale. Se in Germania il colonnello svizzero non ebbe la faccia di consegnare la coppa all'Italia figuratevi in quale tana dovrebbe rifugiarsi nel caso di un tracollo verdeoro.

Il mondiale in Brasile è terra promessa per molti, lo è per noi che non siamo pentacampeon, come loro, ma tesseracampeon (restando nel greco antico), lo è per gli argentini che avrebbero una voglia matta di ripetere i canti perfidi del mondiale del Settantotto, dopo il trionfo: «Que lindo, que lindo que va a ser, nos otros con la copa, Brasil con el cafè» (che bello che bello, noi con la coppa e il Brasile con il caffè). Lo è per gli inglesi che inseguono dal Sessantasei l'impero, lo è per gli spagnoli, titolari del trofeo ma con un postscriptum che riguarda anche alcuni azzurri e forse altri grandi del mondo: Casillas, Pujol, Xavi hanno annunciato che dopo il Brasile lasceranno la nazionale. Forse lo stesso per Pirlo, per Buffon, forse per Julio Cesar e Maicon, forse per Klose, forse per Gerrard e Lampard, insomma Rio de Janeiro è l'ultima stazione, il capolinea della carriera di un calciatore, lo è per i motivi di cui sopra, questa volta di più, perché il Brasile non può essere una tappa di passaggio, se non per gli sbarbati che comunque sentiranno l'emozione della prima notte; il Brasile rappresenta l'Oscar, la Laurea con lode, il Nobel per il football.

Il torneo del prossimo anno sconvolgerà anche le abitudini e i programmi dei club. Già il Barcellona ha preannunciato che rinuncerà alle solite tournèe che portano denari (6 milioni di euro in questi ultimi due mesi), perché il campionato del mondo in Brasile già comporterà fumi di energie psichiche e fisiche. La stessa rivoluzione riguarderà gli altri club continentali, per un torneo che incomincerà il 12 giugno e si concluderà il 13 del mese successivo.
Sembra già di esserci, sembra domani ma il viaggio è appena incominciato e non conosciamo nemmeno tutti i compagni dell'avventura. Però sappiamo che c'è il Brasile. Basta e avanza.