Inzaghi guarda tutti dall'alto E respira l'aria del Duemila

Il tecnico: «Sogno una festa come quella di 20 anni fa»Luis Alberto-Correa: striscia positiva di ventuno gare

Roma Crederci. Questa la parola d'ordine fra i tifosi della Lazio. Al punto che la Curva Nord, nella quale ieri ha esordito il nuovo gruppo Ultras Lazio (che sostituisce in tutto e per tutto gli Irriducibili), si è perfino alzato un coro molto significativo in tal senso: «Chi non crede è della Roma». La parola scudetto non viene ancora pronunciata, ma non ce n'è bisogno perché è evidentemente sottintesa. La Lazio è lì, in testa alla classifica (anche se ha giocato una partita in più rispetto alla Juventus), cosa che, nel girone di ritorno, non le capitava dal 14 maggio 2000, che guarda caso è proprio il giorno del secondo (e per adesso ultimo...) scudetto vinto dai biancocelesti. In quella giornata in campo c'era anche Simone Inzaghi, che sbloccò il risultato contro la Reggina (partita poi vinta 3-0) realizzando quello che a tutti gli effetti è il gol scudetto.

Ora Inzaghi guida non più l'attacco dei biancocelesti, ma tutta la squadra, sbracciandosi e urlando per tutta la partita da quella panchina sulla quale non si siede mai. Crederci, si diceva. E contro il Bologna la Lazio ci ha creduto: prima del vantaggio di Luis Alberto (al 18') erano già due le clamorose palle gol create dei biancocelesti, con Correa prima e Immobile poi che hanno sbagliato occasioni che solitamente non lasciano sul piatto. Segno di una squadra che non solo ci crede, ma che improvvisamente comincia anche a sentire la pressione addosso. Ogni palla pesa di più, ogni situazione viene vissuta con particolare trasporto emotivo. Appena due minuti dopo il vantaggio laziale è Orsolini, lasciato solissimo dalla difesa biancoceleste, ad avere sul piede la palla del pareggio: Strakosha si esalta, para, e fa partire il contropiede che si conclude con l'assist di Luis Alberto (che ha sentito tirare il muscolo in occasione della sua conclusione per la rete del vantaggio tanto, da spingerlo a chiedere il cambio) e il gol di Correa. Segnali, e anche a questi bisogna credere. «L'atmosfera è simile a quella che si respirava 20 anni fa - spiega Inzaghi -. Lo spogliatoio si vuole bene, l'allenatore che deve prendere tante decisioni non facili. Anche nell'anno dello scudetto eravamo tanti, quello che diceva Eriksson lo ascoltavamo volentieri. Sogno di vivere una festa simile a quella del 2000. Lo sogno da quando sono diventato allenatore di questa squadra 4 anni fa».

L'unico neo della giornata è il problema fisico riscontrato da Luis Alberto: «Aveva un fastidio all'adduttore che si è indurito dopo il gol - ha spiegato il tecnico -. Siamo sempre stati in contatto per monitorare la situazione. Vedremo nei prossimi giorni sperando possa superare il problema al più presto». A fine partita però anche lo spagnolo cantava I giardini di marzo di Battisti, come tutto lo stadio. «Che anno è? Che giorno è?». Sembra il 14 maggio del 2000. Può diventarlo. Basta crederci.

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