"Io, con il Covid in ospedale. E Federica come infermiera"

Brignone accanto a mamma Quario colpita dal virus, che di notte peggiora. "Meno male ha chiamato l'ambulanza"

Adesso che sto bene, che sono a casa e ho ritrovato la forza per accendere il pc e schiacciarne i tasti, adesso ho voglia di raccontare. Quello che nelle ultime due settimane hanno saputo solo i miei famigliari e gli amici più cari. Quelli che mi chiamavano per fare due chiacchiere e si accorgevano che qualcosa non andava. A loro era impossibile mentire. Sono stata male, sì, ma adesso sto bene, benissimo, mi sembra di non essere mai stata meglio in vita mia. Perché quando ogni giorno ti svegli, ti alzi, ti lavi, ti vesti, fai colazione e cominci la tua routine, non sai quanto tutto questo possa non essere affatto normale se invece ti svegli dopo una notte da incubo, sei bagnata fradicia per il sudore, ti giri e ti rigiri senza trovare la forza non dico di alzarti, ma di muoverti. Provi la febbre, per darti una giustificazione, e preghi che sia scesa sotto i 39, ma no, è sempre lassù, del resto lo avevi già capito posandoti il termometro sotto l'ascella, scottava.

Tutto è cominciato attorno al 20 di marzo, una settimana dopo il ritorno di mia figlia Federica dalla Svezia, dove l'11 marzo è diventata la prima sciatrice italiana a vincere la coppa del mondo generale, da abbinare a quelle di gigante e combinata e ad altri tre podi nelle classifiche finali della stagione. Un trionfo storico. Uno choc per tutta la famiglia, anche per me ovviamente, da sempre la più emotiva. Stavolta ho però capito subito che la reazione era diversa. Evidentemente stavo già male. Covavo qualcosa. Ero senza energie, tutto mi costava fatica e se mi sforzavo era solo per aiutare lei che mi stava ospitando in casa sua come spesso in inverno, perché una mano per far da mangiare, lavare, pulire e mettere a posto è sempre gradita da chi passa come un lampo senza aver nemmeno il tempo di disfarsi la valigia. Eccomi dunque a casa di mia figlia, forzatamente disoccupata dal suo lavoro (piste chiuse, neve proibita), nervosa che non vi dico, presissima però da mille richieste di interviste. Fra le domande più gettonate: le coppe, quando te le daranno?

Già, le coppe. Bel tema. La Federazione le aveva chiesto un indirizzo di spedizione, lei aveva dato quello della casa di famiglia. Ed eccole, finalmente. Lunedì 23 un messaggio di Davide, l'altro mio figlio, avvisa che sono arrivati tre scatoloni. «Fede, li hai ordinati tu o li rispedisco indietro?». Lei non è in giornata. «Non me ne frega niente delle coppe ricevute così». Io invece non resisto. La sera prima la febbre aveva già superato i 38 gradi, ma in quel momento la testa prende il sopravvento e con la scusa di andare a buttare la spazzatura percorro in auto i 500 metri che separano le due case. Le coppe sono meravigliose, un sogno di cristallo. Le avevo viste molte volte, ma non le avevo mai maneggiate. Proprio come Fede, per nulla scaramantica, ma in questo decisa, da sempre, a non toccare le coppe altrui, in attesa del suo giorno, della sua coppa. Eccola. Non una, ma tre in un colpo. Emozione su emozione, forse troppo per me in un momento di tale malessere. È il crollo. Mi metto a letto, non mi alzerò più per cinque giorni, con la febbre che salirà fino a 39.6 e una specie di delirio costante ben simulato al telefono con le persone care (ad esempio i miei genitori novantenni).

Chissà da chi ho preso il Coronavirus... Federica mi cura a distanza, è asintomatica, sta benone, non smette di allenarsi e intanto cucina i miei piatti preferiti per stuzzicare un appetito inesistente. Le do ben poche soddisfazioni. Da giorni ormai gusto e olfatto sono un ricordo. Fede si prodiga. Mi lava le lenzuola bagnate di sudore. Mi porta da bere, mi obbliga a farlo. Si procura le medicine che il medico di fiducia mi ordina di prendere. Cerco di tranquillizzarla, le dico va tutto bene stai tranquilla, ma lei non è tranquilla per niente e ogni tanto dice che vuole chiamare il 112. No, no, lascia stare, la febbre è sempre alta, ma il respiro va bene. Già, fino a venerdì sera. Siamo al 27 marzo. Ho un appuntamento telefonico con Radio Rai 1, mi avevano avvisato giorni prima del collegamento per parlare di sci. «Mamma non ce la puoi fare, rispondo io al tuo posto, tanto al telefono abbiamo la stessa voce». No no, ce la faccio. E infatti ce la faccio, nessuno si accorge di nulla e la chiacchierata è piacevole. Poi però la pago cara. Dal sabato anche il respiro comincia a mancare. Tosse secca. Mi sembra di avere un tappo in gola. L'aria non va giù. Passa la giornata e non riesco nemmeno più a mangiare. Alle 6 della notte fra sabato e domenica ho un attacco di tosse terribile. Fede si sveglia, non ci pensa un attimo, chiama il 112.

L'ambulanza arriva subito, mi danno l'ossigeno, mi portano all'ospedale di Aosta, esami, prelievi, rx, ecografie, tampone, tutto quello che serve. Ricovero. Cinque giorni curata da angeli di cui non saprò mai le sembianze. I progressi sono rapidi e veloci. Sono positiva al virus, mi cambiano di reparto. «Chi è atleta resta atleta tutta la vita» mi dicono stupiti della mia energia, della voglia che ho di guarire in fretta. Passano cinque giorni e riducono l'ossigeno, poi lo tolgono. Mi fanno un test, lo supero. Sono libera di tornare a casa, casa mia, lontana da Federica, lontana da tutti. So già che appena potrò uscire andrò a coccolarmi un po' le coppe di cristallo, perché stando male mi sa di non averle viste tanto bene.

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