"Io, disperato dello sci a 62 anni mi butto giù in slalom e gigante"

Hubertus Von Hohenloe, figlio di Ira Fürstenberg, è al 19° campionato. "Qui col mio Messico... siamo un narco-team"

"Io, disperato dello sci a 62 anni mi butto giù in slalom e gigante"

Cortina - Aspettando la partenza del superG femminile, rinviato per nebbia tre volte, poi annullato e spostato a giovedì, giravo per il parterre in cerca di qualche vecchia conoscenza con cui scambiare due chiacchiere e allentare la tensione. Mi è andata di lusso, perché dopo un attimo mi si sono avvicinati Simona e Hubertus Von Hohenloe, coloratissimi con la divisa della squadra messicana. Lui, 62 anni, sarà il più vecchio partecipante di questo Mondiale (slalom e gigante). «Eccomi qua, punta di diamante del narco team messicano!»

Scusa?

«Scherzo, noi siamo dei desperados sugli sci, veniamo da un paese molto bello, ma come si sa tormentato anche da droga e malavita».

Come e perché hai portato il Messico fin qui?

«Mia nonna era la figlia dell'ambasciatore messicano a Parigi. Lì ha conosciuto il principe Max Hohenlohe, lo ha sposato, e siccome nessuno degli eredi era più stato in Messico, si è deciso che io, il nipote, figlio del nobile spagnolo Alfonso Hohenlohe e della principessa Ira Fürstenberg, nascessi in Messico. Da bambino ho vissuto in Spagna, a Marbella, e poi in Austria, negli anni Settanta paese buio e noiosissimo. L'unica cosa interessante per me ragazzino era lo sci. Quando mio padre ha preso un alberghetto a Kitzbühel ho conosciuto i grandi campioni dell'epoca, da Franz Klammer agli italiani della Valanga Azzurra, Gros, Thoeni, De Chiesa... Questo mondo mi affascinava e guardando le gare di coppa sulla Streif sognavo un giorno di scendere anche io giù di lì in discesa libera».

Detto e fatto.

«Nel 1975, dopo la vittoria sulla Streif per 1/100 su Gustav Thoeni, ho chiesto a Franz Klammer di regalarmi la sua tuta da gara. Per farne cosa? mi ha chiesto. Qualche garetta, ho risposto. Ok te la do ma devi promettermi di non scendere mai per questa discesa. Va bene, gli risposi, avrei dato qualsiasi cosa per quella tuta! Anni dopo, quando Franz mi vide in partenza mi sgridò: cosa ci fai qui? Avevi promesso!».

Sei sceso dalla Streif 14 volte.

«Sì, e ne sono sempre uscito sano e salvo. Guardando le immagini e il film su quella gara penso che mai e poi mai rifarei una cosa del genere, tanto più che allora era ancora più pericolosa, senza reti attorno alla pista, con cadute spaventose. Ho sempre avuto un angelo custode che guardava giù, anche perché su quei muri verticali se freni è ancora peggio».

Sarà il tuo 19° mondiale.

«Ne ho mancato solo uno, per infortunio. Nel primo, nel 1982, non passavo inosservato, ho sempre badato molto al look e l'azienda che oggi veste la squadra azzurra è entrata nel mondo dello sci facendo per me una tuta con i colori della Juventus per i Mondiali di Sestriere 1997».

Ma chi è veramente Hubertus Von Hohenlohe?

«Un creativo, un artista che vive le sue emozioni al massimo. Sono riuscito a realizzare i miei sogni, come sciatore, come fotografo, come produttore televisivo, come cantante, è così che mi sono guadagnato da vivere. Se volete saperne di più guardate la mia pagina web hubertushohenlohe.com».

Il tuo legame con la famiglia Tomba e con la qui presente Simona, cugina di Alberto.

«Il 14, San Valentino, saranno passati 27 anni dal giorno in cui ci siamo conosciuti alla Casa Modena di Lillehammer durante l'Olimpiade 1994. È questa la cosa più bella che lo sci mi ha regalato. Quanto ad Alberto, ha detto che verrà a vedermi e a darmi consigli ma finché non lo vedo...».

Già, a proposito, dovrai qualificarti per correre le gare vere di questi Mondiali.

«Sì, noi scarsi siamo costretti a fare qualifiche, so già che avrò poche possibilità di farcela, perché la pista è facile, un bene per me, ma anche un problema perché saranno pochi a cadere».

Lo sci che posto occupa nella tua vita?

«È la base su cui ho costruito tutto il resto. La natura e la montagna hanno per me una forza speciale, fare sport agonistico ti fa capire quali sono i veri valori della vita e dei rapporti con le persone».

E Cortina cosa rappresenta?

«È il posto più bello del mondo, chi non la conosce si perde qualcosa di unico e raro. Per me è il luogo del cuore, mia nonna Clara Agnelli aveva qui una casa meravigliosa, ma siccome mia madre non mi ci portava mai, finiva che sciavo con papà fra St. Moritz e Sierra Nevada. Però era la nonna Clara che mi comprava l'abbigliamento al negozio Olympia, da bambino volevo solo quello dei campioni italiani della Valanga».

Chi ammiri oggi?

«Come eleganza Shiffrin, come tecnica Pinturault, ma trovo che di veri personaggi ce ne siano pochi: la squadra femminile italiana però è divertente e carismatica, con tre atlete come Brignone, Bassino e Goggia così forti e diverse fra loro. Adoro anche il divino Paris e Innerhofer, col quale mi alleno spesso a Dobbiaco. Lavorando al suo fianco capisco perché non sono mai arrivato al top».

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