Sei lingue parlate, tre figli cresciuti tra i continenti, due volte portabandiera. Klaus Jungbluth ha già scritto una storia olimpica prima ancora di arrivare ai Giochi di Milano-Cortina. Ecuadoriano di nascita, europeo per vocazione, italiano per amore. "Vivremo i Giochi di casa, anche se io gareggio per l'Ecuador", sorride. Sua moglie Erika è friulana, i cerchi si chiudono proprio sulle Alpi.
Jungbluth ha girato il mondo inseguendo neve e futuro: Ecuador, Norvegia, Repubblica Ceca, Australia, oggi Svizzera. Fisioterapista in ospedale, dottore di ricerca sul diabete di tipo 2, fondista per passione. "Mi sono qualificato nella 10 km skating a Lago di Tesero. Andrò diretto a Predazzo", racconta con l'emozione che accelera il ritmo.
A Pyeongchang 2018 è stato il primo atleta della storia dell'Ecuador ai Giochi invernali. E anche il primo a sfilare quasi da solo. "Eravamo in quattro: io con la bandiera, l'allenatrice, lo skiman e il medico. Ma quel momento non lo dimenticherò mai". La festa si ripeterà anche a Milano Cortina, mentre a Pechino il sogno si è spezzato per un soffio, travolto dal Covid e dalle restrizioni australiane. "Mi è mancato un minuto. Un minuto e dieci".
Lo sci di fondo arriva tardi, dopo gli infortuni alla pesistica. "Ho iniziato a 33 anni guardando i norvegesi sugli skiroll. In Ecuador mi fermavano per strada: Cos'è quello che fai?". Da lì la battaglia burocratica, senza federazione e senza fondi, solo con il Comitato olimpico. "Non avevo l'obiettivo dei Giochi. Poi ho capito che potevo rappresentare il mio Paese".
Oggi Klaus ha 46 anni. Probabilmente l'ultima corsa. "Sennò mia moglie mi ammazza", ride.
Il ricordo più forte? "La cerimonia. Le mie figlie che mi abbracciano". E il primo sogno olimpico resta quello di un ragazzo davanti alla tv: "Jefferson Pérez oro nella marcia ad Atlanta '96. Da lì ho capito che tutto era possibile".