Il lento suicidio del tennis che ha fretta

Le gare epiche spaventano le tv e gli Slam si adeguano. Ma ora è una babele

di Marco Lombardo

All'inizio lo chiamarono sudden death, la morte improvvisa. E il significato era che il suo inventore, Jimmy Van Alen, in realtà avrebbe voluto uccidere (sportivamente, s'intende) Pancho Segura, che vinceva e vinceva giocando e rigiocando. E infatti dopo il 22-24, 1-6, 16-14, 6-3, 11-9 con cui Pancho battò Pasarell nella finale di Wimbledon 1969 in 5 ore e 12 minuti, quello che diventerà tie break entrò in vigore l'anno dopo a New York. E cominciò la sua storia.

Da allora ad oggi il tennis è un'altra cosa, e soprattutto è finito in mano ai giocatori, che lo vogliono al loro totale servizio: più ricco, più uguale e - soprattutto - più veloce. Così adesso il tie break è diventato l'arma con cui accontentare tennisti e televisioni (quelle che portano i soldoni), per far correre in fretta le partite e abolire quell'inutile romanticismo che faceva tanto sport. La lunghezza annoia, il business invece mai. Per questo nel 2019 anche gli Slam si adegueranno al diktat, ma per mantenere un minimo di faccia alla fine ci si è coperti di ridicolo. In pratica: gli Open di Australia introdurranno il tie break sul 6-6 del quinto set ma ai 10 punti e non ai 7 in vigore dappertutto; Wimbledon se lo inventa sul 12-12 del quinto set alla faccia di John Isner, l'americano «colpevole» di aver portato Anderson a vincere 26-24 dopo 6 ore la semifinale più lunga della storia (2018) e già detentore con Mahut del record di 11 ore e 5 per un match durato tre giorni e finito 70-68 al quinto (2010); Parigi invece resta com'è, senza tie break e senza punteggio in inglese, come richiede la grandeur; New York, come sempre, ammazzerà il gioco in tutti i set. E il tennis? «Resterà l'epica» cantano in coro gli organizzatori, come se nessuno avesse capito che la fretta consacra la mediocrità. D'altronde è cambiato tutto: campi, racchette, campioni che sembrano tali ma che invece hanno la personalità divisa in parti uguali che non fa mai un intero. E quindi via alle sperimentazioni, ai no ad, ai set a 4 punti, ai tie break appunto in vari formati, a una coppa Davis che più che un'insalatiera sembra un barattolo con partite in confezione spray.

Il tennis è dunque anch'esso il segno dei tempi: tutto e subito, quel che resterà dopo, pazienza. Il problema è che alla fine, più che improvvisa, la sua sta diventando una morte lenta.

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