La lotta con il sorriso di Luis Enrique

Il ct osteggiato in Spagna vince con i gesti distensivi in campo e le parole giuste fuori

La lotta con il sorriso di Luis Enrique

Il ritratto di un perdente di successo? Prendete Luis Enrique e stavolta ci azzeccherete. Definire il ct della Spagna un perdente è perlomeno azzardato, basta scorrere il curriculum calcistico e quel signore potrebbe ridervi in faccia. Perdente forse nell'accezione romana-romanesca, seppur De Rossi abbia ammesso «pensavamo fosse un matto ma è l'allenatore che più mi ha cambiato. Dopo dieci mesi lo abbiamo fatto scappare: c'è da star male». Però il calcio si racconta e ci diverte con le sue contraddizioni. Stavolta Luis Enrique ha perso una partita decisiva e gli sarà girato strano, essendo abituato a giocarsi tante finali. Ma poi ha vinto in altro senso. Vale il buon gioco prodotto dalla nazionale contro l'Italia, quel modo glamour di trovare un sorriso con Chiesa, Jorginho e De Rossi anche in momenti di grande tensione, i complimenti a Mancini ammantati da un qualcosa in più. «Sono felice per la partita che ho visto, due squadre che cercavano di giocare bel calcio. Complimenti agli azzurri, ora tiferò per loro». Talvolta si dice perdente di successo, ma poi si sottintende l'ironia. Qui, invece, si racconta il percorso di un ct che ha navigato tra contestazioni e malignità (sull'esclusione dei giocatori del Real). Il suo nickname è Lucho. Tradotto: lotto. Con il sorriso. Si è visto: da solo nella tempesta ed infine, con tutti, nel vento che gonfia la vela della magra soddisfazione. La Spagna che ammette: abbiamo perso una partita e trovato una squadra. Omaggio indiretto ad un ct che l'ha forgiata, costruita, anche raccontata attraverso partite che facevano storcere il naso ai detrattori. La X tatuata sull'avambraccio significa Xana, la bimba che gli è morta a 9 anni: cosa volete sia un po' di contestazione, dopo aver scoperto altre torture di vita?

Luis Enrique è cresciuto nel segno di Pep Guardiola, ma non è guardiolista così accanito. È pescatore sul fiume, un cultore di gioco (il falso nueve per confondere Chiellini e Boinucci, per esempio) e di uomini. E l'Europeo ci ha raccontato la sua attenzione. L'altro uomo della storia è Alvaro Morata, ci vorrebbe una piastrella di Wembley per questo anti eroe 2021. Un giocatore sul quale si è rovesciata la parabola del tutto e niente tra trucidi insulti social anche di scrittura italiana, gol mancati e segnati: gol pesanti. Fino a schiantarsi contro le manone di Donnarumma. A quel punto Luis Enrique lo ha raccolto, rimesso in piedi, difeso («ha dimostrato personalità, tirando il rigore pur con un problema agli adduttori»). E sintetizzato: «È stato fantastico». Che il problema fisico ci fosse oppure no, il ct ha voluto dimostrare che Morata ha tirato, quando altri non ci avrebbero provato. E forse nessuno più di Lucho, il lottatore, sa bene che la fortuna è cieca, ma la sfiga scientifica.

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