L'occasione di incontro il Change the World Rome 2026, l'evento internazionale che alla Fao ha visto giovani delegati impegnati nella simulazione dei lavori dell'Onu. Paulo Roberto Falcão, leggenda giallorossa, era ospite di un panel dedicato allo sport come leva di inclusione, ispirazione e crescita per le nuove generazioni.
Falcão, come ha conosciuto quest'evento?
"È stato Marco Tardelli (presente anche lui a Roma, ndr) a coinvolgermi, invitandomi anche all'appuntamento del 2025 al Palazzo di Vetro a New York".
A proposito di giovani, il Brasile è stato a lungo una fucina di talenti.
"Oggi purtroppo non è più così, c'è un cambiamento di rotta. Ci sono giocatori che meritano lauti stipendi, altri meno, ma i club avendo paura che vadano via li pagano tanto anche se non sono preparati tecnicamente e di testa. Il Brasile passa un momento di crisi anche nel calcio, i più bravi sono quelli che giocano all'estero".
C'è un brasiliano che vedrebbe bene in Italia?
"L'attaccante del Corinthians Yuri Alberto".
Il suo amico Carlo Ancelotti è il Ct del Brasile. Come è stato accolto?
"In maniera fantastica. I tifosi del Corinthians lo hanno omaggiato con un grande striscione per il suo compleanno. La gente gli vuole troppo bene, crede in lui, piace perchè non è montato, è bravo, intelligente e allo stesso tempo fa le battute come faceva Liedholm. Glielo dicevo sempre che, prima di chiudere la carriera, avrebbe dovuto allenare una nazionale per completare il suo splendido percorso. Io sono fiducioso, credo che sia l'uomo giusto per riportare il Brasile a vincere il Mondiale dopo tanti anni. Conta il valore dei giocatori ma anche quello del selezionatore. Mi meraviglio anzi che non sia stato chiamato dall'Italia".
In realtà ci fu un contatto nel 2018 ma lui rifiutò per vari motivi...
"Forse come livello di giocatori ha qualche vantaggio in più con il Brasile, no?".
Come si spiega questa crisi prolungata dell'Italia?
"Penso che non ci sia solo un motivo, altrimenti sarebbe facile da risolvere. Il fatto che oggi pochi calciatori stranieri di livello vogliano venire a giocare in Italia dice molto. E non credo sia solo una questione di soldi, ma anche di prestigio. Si parla più del campionato inglese o spagnolo dove giocano i più grandi, e poco di quello italiano. Da voi non c'è più un grande investimento per un giocatore straniero".
A che livello è il campionato italiano secondo lei?
"Ho visto l'ultimo Roma-Milan. La Roma meritava di più, ma Allegri si è difeso bene, d'altronde non perde da oltre 20 partite. Dipende dai giocatori che hai in mano e capirli, bisogna organizzare una squadra e in base a questo fare una parte tattica. Carlo fece una battuta quando l'hanno intervistato in Brasile dopo che nelle prime partite non aveva preso gol: "Non dovete dimenticare che sono italiano, che so difendere...".
Lei, Ancelotti, Di Bartolomei, Conti. Quella Roma che vinse lo scudetto era una squadra fortissima...
"Carlo giocava sulla parte sinistra e un giorno Liedholm mi disse: "Paulo cosa stai pensando per la tua squadra?". Ero felice che mi desse la possibilità di dire qualcosa e io gli risposi: "Porta Carlo a giocare a centrocampo con me e Agostino e mettiamo Scarnecchia sulla sinistra, abbiamo almeno un controllo migliore del pallone con i piedi". E così andò. Quella Roma era rispettata da tutti, pure dalla Juve con cui i dirigenti giallorossi volevano sempre litigare".
Liedholm la riteneva un allenatore in campo, ma lei, fenomeno da calciatore, non ha avuto la stessa fortuna in panchina.
"Io sono bravo. Sono stato il Ct della Seleçao e ho convocato Cafu e Leonardo a 18 anni, Mauro Silva, Marcio Santos, insomma un po' di calciatori poi diventati titolari del Brasile campione del mondo nel 1994. Allo Sporting Recife ho vinto il campionato, a Bahia ho portato il titolo che mancava da 11 anni. E il mio più grande rammarico...".
Racconti.
"Nel gennaio 1991, quando ero ancora Ct del Brasile, era praticamente fatta per un contratto biennale alla guida della Roma. Io andavo a Cortina a trovare il presidente Viola, una settimana dopo è morto. E finì lì".
Altre occasioni in Europa?
"No, un allenatore brasiliano non è visto così bene lì, circola un'idea sbagliata sul fatto che abbia bisogno di giocatori del suo paese. E invece oggi in Brasile ci sono tanti tecnici stranieri. Per esempio le due squadre del mio Stato, Porto Alegre e Rio Grande, sono allenate da un portoghese e un uruguagio: non era mai accaduto. A me piacerebbe lavorare in Europa, perchè lì ho imparato molto tatticamente. In Sudamerica non si dava tanto valore alla tattica perché c'era quella tecnica: se c'era qualche problema, il talento lo risolveva, vedi Pelé, Zico, Maradona. Non a caso Bearzot, nel famoso Italia-Brasile 1982, mise Gentile su Zico come aveva fatto nella gara precedente con Maradona, e per non lasciare la parte destra libera sistemò lì Oriali".
Del calcio di oggi cosa non le piace?
"Sarebbe una meraviglia giocare oggi. Ma per dire cosa non mi piace servirebbe troppo tempo...".