Il Milan di Pioli e Ibra è da vera Champions. E adesso chi li caccia?

Nel 2020 viaggia al ritmo delle prime quattro. Cambiare ancora rischia di essere un autogol

Quest'estate calcistica è diventata la pasqua (minuscola, proto) del Milan di Pioli e Ibra. Al cospetto del rivale storico, il miglior nemico la nota definizione di Luciano Moggi, è rifiorita la squadra, maltrattata da una partenza complicata nell'estate del 2019 dalla scelta - sbagliata - di liquidare Gattuso («gioca male») per aprire all'avvento, mai convinto, di Marco Giampaolo liquidato alle prime curve della stagione. Nel 2020 la sua marcia è da Champions league piena: 28 punti in 14 sfide, 2 punti la media doc. E sempre nello stesso periodo i rossoneri sono arrivati a meno 5 dalla Juve e saliti a più 6 dall'Inter. Sembra un altro mondo, un exploit magari, mentre invece resistono, dietro la tenera notte da incorniciare, spiegazioni e motivi da esaminare con grande precisione.

Ibra, per cominciare. Alla sua età, non è un protagonista occasionale ma un decisivo interprete del cambio di passo, di mentalità, di numeri di gol e di mentalità del team. In fondo alla notte è apparso persino spaccone. «Se fossi arrivato all'inizio del campionato avremmo vinto lo scudetto!» ha chiosato con quegli occhi spiritati con cui ha fulminato CR7 che aveva fatto il suggeritore di Szczesny prima del rigore che ha aperto la strada al clamoroso ribaltone. È Ibra, molto semplicemente, la vitamina che ha trasformato un gruppo inesperto e impaurito, in una falange macedone. Zlatan non ha risparmiato nemmeno l'ad Gazidis cui ha spedito un messaggio cifrato. «Non faccio la mascotte» ha raccontato. E nemmeno l'allenatore dietro le quinte, bisognerebbe aggiungere. Ha fatto il leader, coprendo un vuoto gigantesco, e ottenendo da tutti, giovani e stagionati, un surplus di motivazioni e rendimento straordinario.

Non è stata nemmeno una serata speciale, incastonata per quei giochi del calcio, in una sequenza deludente. Già nel derby di ritorno, sia pure per un tempo solo, c'erano stati segnali di un processo virtuoso, poi disperso per via di quella resa improvvisa. Proprio la gioventù del gruppo, temperata dall'esperienza di un paio di guerrieri come Ibra e Rebic, è una delle luci abbaglianti di questa striscia strepitosa inaugurata con lo 0 a 0 in 10 contro 11 a Torino, semifinale di ritorno di coppa Italia (12 giugno). È brillante il gruppo allenato da Pioli, capace nella ripresa di esprimere le migliori risorse come è capitato a Lecce, con la Roma, a Ferrara e con la Juve. Solitamente quattro indizi fanno più di una prova. Brillante la condizione fisica e sistemato secondo un disegno tattico che sta esaltando alcune caratteristiche. Ad esempio la coppia Bennacer-Kessiè, in quella posizione strategica di cerniera davanti alla difesa, è diventata utilissima. Per esempio i cambi di Leao e di Paquetà sono diventati puntuali risorse e non tentativi disperati. La personalità matura di Calhanoglu ha reso il turco un congegno preciso del meccanismo e non una variabile.

Così alla fine della serata, il commento di uno stagionato cronista è diventato il titolo di coda: «E adesso chi li caccia questi?». Già perché bisogna avere un coraggio che sfiora la follia per buttare all'aria una costruzione calcistica così.

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