Murray depone re Federer Delirio britannico a Wimbledon

Andy d’oro: il primo titolo importante della sua carriera davanti al pubblico inglese. Un mese dopo, violata l’austerità del campo centrale tra urla, bandiere, flash e pianti

nostro inviato a Londra
Piange di nuovo, An­dy Murray. Un mese fa tri­ste, oggi felice. Piange nel­lo stesso posto, nello stes­so campo. È l’inversione del destino: vince a Wim­bledon senza che il suo nome entri tra i vincito­ri di Wimbledon. Oro a lui e alla Gran Breta­gna. L’Union Jack piantata sull’erba del tennis. Battuto Fede­rer padrone eterno di questi campi.
Non oggi. Perché Londra mette la spa­da sulla spalla di questo ragazzo scozzese che fa la partita perfetta.
Quella che avrebbe voluto fare a luglio, contro lo stes­so avversario.
Sai che c’è An­dy? Chissene­frega. Non c’è neanche biso­gno di sfo­rzar­si per essere fe­lice.
Questo oro vale. La prima vittoria vera nella sua carriera per lui che le finali di so­lito le perde. Perché è ancora debole di testa, scrivono i suoi critici. Sì, non è Federer. Però ieri se l’è man­giato: Roger piccolo come raramen­te gli accade. Murray no: un colpo dietro l’altro, uno più preciso dell’al­tro. E a ogni giro un come on urlato al suo pubblico. Tutto per lui, stavolta. Perché questo Wimbledon Due è di­verso dall’originale: non è solo il to­tal white accantonato con il disgu­sto dei puristi, non è neanche il ceto degli spettatori. È che il Centrale ieri era una dependance dello stadio olimpico. Ogni punto di Andy un ap­plauso urlato: «Go Murray». Si esul­ta agli errori di Federer, cosa inaudi­ta nel Wimbledon vero; sventolano le bandiere durante i game, piango­no i bambini, scattano i flash. Tutto l’inconcepibile per l’austerità di queste parti diventa reale per un’ora e mezza.
Sono britannici tifosi, né gentle­man, né ladies: gente comune che voleva la vittoria di Andy per canta­re l’inno sul prato di Sua Maestà.Lo canta anche Murray, a denti un po’ stretti, perché uno scozzese non si sente suddito di nessuno. Ha vinto per la Gran Bretagna, ma soprattut­to per sé.
Ecco perché se ne può fre­gare di tutto: quando salta in testa agli spettatori per andare a salutare tutto il palco con i suoi parenti e i suoi amici fa quello che non ha potu­to fare qualche settimanafa. Abbrac­cia tutti: la fidanzata, il padre, il fra­tello, la madre. La signora che l’ha portato qui. Lei era una tennista professionista, quando smise di­ventò maestra e portò Andy sui cam­pi: diventerai bravo, vedrai. Solo che per diventare grande, Murray ha lasciato casa. Qualche mese fa, il
Post ha raccontato la storia:
«La ma­dre racconta che un giorno la chia­mò e disse: «Ho appena giocato a racquetball con Rafa e sai cosa mi ha detto? Si allena con Carlos Moya, non va a scuola, gioca tot ore al gior­no, fa questo, si allena sulla terra e io invece cosa faccio? Io mi alleno con teemiofratelloall’università». Mur­ray aveva 15 anni e decise di dare una svolta professionale alla sua car­riera entrando nell’accademia Sán­chez­ Casal di Barcellona. A 16 anni dovette sospendere gli allenamenti per 6 mesi e li passò a studiare le par­tite di tennis e a prendere appunti. Iniziò il 2005 al 407˚posto della clas­sifica Atp e concluse l’anno al 64 ˚ po­sto ».
Per arrivare qui Andy s’è spaccato in due. Lovedi: non ha la classe di Fe­derer, lui non è il tennis come l’altro. S’è costruito campione a botte di al­lenamenti, di fatica, di sudore, di preparazione mentale: ce la posso fare, ce la devo fare. Il Wall Street Journal è andato a trovarlo a casa e ha raccontato che Murray si allena con un rigore maniacale: studia ogni avversario per ore alla tv, poi co­struisce tatticamente i suoi match, poi fa bagni freddi, corre, dorme la quantità di ore che la sua tabel­la­glidi­ce
di rispetta­re. Ha cambiato ali­mentazione: ha perso grassi e ha irrobustito la muscolatura, ha ri­nunciato a tutti gli alimenti col gluti­ne, a cominciare dai biscotti che fi­noapocotempofalanonnagliinvia­va ovunque fosse. Poi ha preso uno psicologo personale e un allenatore nuovo: è Ivan Lendl, l’ex numero uno al mondo. Questa è la storia di uno che ci crede. A Wimbledon 1 ha detto: «Andarci così vicino e non riu­scirci è dura». E giù lacrime, sin­ghiozzi, delusione. Microfono a Fe­derer: «Sono sicuro che un giorno Andy ce la farà». Il giorno è arri­vato presto. Diverso, ma bello lo stes­so. E ora a commuover­si è la gente britannica. Si vedeungrup­podivolonta­rie di Londra 2012 che scoppia in la­crime appe­na lui abbrac­cia la fidanzata. Dicono tutte insie­me: «Che tenero». Così è: il Regno Unito si innamora delle storie strap­pacuore. Si innamora anche dei ra­gazzi per bene. Come Andy che sventola la bandiera del Regno Uni­to un po’ goffamente. Non è abitua­to, né all’Union Jack né a vittorie co­sì importanti. Dice: «È la cosa più bel­la che mi sia capitata nella carriera ». I sacrifici valgono la pena anche quando vinci il torneo sbagliato nel posto giusto. Sembra uno che abbia voglia di chiedere a Federer: faccia­mo a cambio? Tu ti prendi quest’oro olimpico, io mi prendo la finale che ho perso un mese fa. Tace, però. Sa chequestavittorianonèlastessaco­sa, però se la tiene. Ha venticinque anni e un solo avversario sull’erba. Il rivale è il più forte del mondo, ma si ritirerà prima di lui. Prende la me­daglia, per ora.Wimbledon vero c’è ogni anno, in fondo.

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