"Le Olimpiadi a luglio ma con seimila tamponi. Oppure le rinviamo..."

Il pugile Clemente Russo dopo i surreali match di qualificazione di Londra: "Sul ring siamo nelle mani di Dio"

Basta un mal di pancia per stenderti: nemmeno un pugno. La boxe talvolta è irrisoria. O, forse, la boxe dovrebbe rimettere i pugni in tasca di questi tempi. Com'è capitato a tutti gli altri sport. Clemente Russo, l'ultimo vecchio ragazzo (sono 37 anni) un po' sognatore del nostro pugilato, ha attraversato quattro Olimpiadi (vincendo due argenti) e sta sperando di salire sul ring anche nella quinta: sarebbe un record. Ha lasciato a casa moglie e bambine barricate come tutti, ed è approdato a Londra con dodici azzurri per giocarsela nel torneo di qualificazione dei supermassimi per Tokyo 2020: gli manca un oro olimpico. Dieci giorni di ritiro e allenamento a Londra dove tutto pareva lontano dal virus. Follia? Forse. I pugili si sono limitati ad obbedire ai voleri superiori. Poi è bastato un mal di pancia, alla vigilia del match. E tutto è saltato.

Russo non stava rischiando troppo con il coronavirus di mezzo?

«Che devo dire? Sapete come sono gli atleti. Quando si combatte si combatte. Non si pensa ad altri rischi. Noi ci siamo ritenuti fortunati di avere la chance per i Giochi».

Ed ora? Resta un solo torneo.

«Appunto, resta Parigi a maggio: sempre se ci sarà».

La boxe è uno sport di contatto: troppi pericoli dovuti al virus. A Parigi sono fermi ovunque.

«Si, capisco. C'è sempre la speranza che a noi vada tutto bene. Siamo partiti presto per Londra proprio per stare in isolamento. Non abbiamo capito perché tutti si sono fermati e qui no. Da un certo punto di vista poteva farci piacere».

Ma se poi uno si blocca per un mal di pancia?

«Devo aver bevuto qualcosa di freddo nelle 24 ore prima del match: ho passato una nottata piegato in due, alla mattina ero senza forze, barcollavo. Non si può salire sul ring, vai anche a rischiare un ko e dopo non puoi provarci nell'ultimo torneo. Peccato, ero in formissima. Me la potevo giocare».

Se saltasse Parigi, ci sarebbero piani B per qualificarsi?

«Non ci hanno detto niente. Al massimo potrebbero posticipare il torneo. Intanto torno a casa e riprendo ad allenarmi pur rispettando il divieto di aprire le palestre».

E se slittassero le Olimpiadi?

«Penso che ci saranno: facciano seimila tamponi a noi atleti. Comunque dovremo prendere adeguate contromisure. Potrebbero slittare di qualche mese. Forse meglio spostarle al prossimo anno: se vale per gli Europei di calcio, perché non per i Giochi? Noi atleti abbiamo bisogno di programmare la preparazione con calma. Così si rischia di improvvisare».

C'è un problema di oneri economici. Non bastano gli atleti.

«Assolutamente vero. Il gesto sportivo è la finalità. Sappiamo quanto contino promozione, marketing e tutto il resto. Noi dobbiamo dimostrare il massimo del gesto».

Se, invece, a luglio i problemi del virus fossero minori, potreste restituire normalità e serenità alla gente?

«La vedo ancora lunga. Però i social insegnano: tutti cercano di farsi compagnia. Sarebbe bello tener compagnia con le gare».

A voi pugili cosa hanno consigliato per evitare guai?

«Guardi, sul ring siamo nelle mani del Signore. Fuori ci atteniamo alle regole basilari: distanze di sicurezza, non darsi la mano, ormai viene perfino spontaneo».

Cosa le pare la boxe oggi? Lei sconfisse Deontay Wilder ai Giochi di Londra: per chi ha tifato nel mondiale con Fury?

«Per il pugilato è un bel periodo: campioni in gamba davvero nei dilettanti e la categoria regina dei professionisti ha ritrovato 3-4 personaggi. Wilder è una brava persona, mi è stato sempre simpatico. Ho tifato per lui».

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