La pazienza di Sinner e la crisi di Berrettini

La pazienza di Sinner e la crisi di Berrettini

Pazienza. Nel tennis è l'arma più complicata, soprattutto per chi è fuori dal campo a giudicare. Jannik Sinner (foto) però chiede pazienza, e ci sono tutte le basi per credere che abbia ragione quando dice che «ci vorranno ancora un paio d'anni per formare al massimo il mio fisico, sono cresciuto più lentamente di altri». Per esempio di Carlos Alcaraz, che ha 19 anni contro 21 ed ora - dopo aver vinto in due set (7-6, 6-3) nella semifinale di Indian Wells - conduce 3-2 negli scontri diretti contro il suo rivale designato.

Era, appunto, però una semifinale di un Master 1000, e dunque la sconfitta di Sinner non può essere una delusione, dopo un torneo così. Questione di costituzione per ora (le taglie tra i due sono diverse), ed anche di qualche dettaglio, come per esempio il servizio «che già nel warm up non mi faceva sentire a posto, ed è stato il colpo che ha deciso il match: lui ha servito meglio ed ha vinto meritatamente».

Niente scuse in pratica, e questo è un punto a vantaggio di Jannik, neanche per il cemento del campo, che è più gradito allo spagnolo. C'è solo tanto lavoro da fare: lo aveva detto Riccardo Piatti quando lo allenava, fissando il triennio per il primo step; poi, dopo la separazione voluta dal ragazzo, il discorso è stato sempre lo stesso: ci vuole ancora tempo.

Il futuro adesso comincia già da Miami, un altro Master 1000, mentre Matteo Berrettini intanto lotta con i suoi attuali demoni: fuori ai quarti del challenger di Phoenix contro il russo Shevchenko (132 al mondo), schiumando di rabbia contro se stesso. «Toglietemi dal campo - ha urlato al suo angolo -: sono inguardabile!»: ha perso in tre set ed anche in questo caso la cura è il lavoro. Ma soprattutto serve pazienza.

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