Platini: "La mia farfalla. Così intelligente da leggere nel pensiero"

Dall'amicizia nel 1978 in Argentina all'incontro nella Juve: "Era già estraneo al mondo del calcio"

Platini: "La mia farfalla. Così intelligente da leggere nel pensiero"

Avevo conosciuto Paolo in Argentina. Eravamo vicini di ritiro all'Hindu club, noi francesi e loro italiani, sorteggiati nello stesso gruppo. Eravamo giovani e con un futuro tutto da scrivere. Lui mi intervistò, risposi alle sue domande in allegria e poi toccò a me fare il giornalista. Fu l'inizio di un rapporto che si trasformò in amicizia quattro anni dopo. Quando arrivai a Torino dovetti fare i conti con il gruppo di campioni del mondo, erano tutti pieni di gloria, Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e mi sentii inizialmente a disagio, quasi tagliato fuori da un gruppo così importante e così vincente e vittorioso. Mi accorsi, però, che Paolo era distaccato dalle passioni e dall'euforia che accompagnavano gli altri e che fa parte del nostro mestiere. Compresi che la vicenda che lo aveva coinvolto due anni prima (la squalifica sportiva per il calcioscommesse, assolto a livello penale, ndr), lo aveva segnato profondamente, dunque si era come allontanato da quel mondo. Mai me ne aveva parlato, mai aveva confessato queste sue sensazioni o sentimenti, soprattutto perché amava la vita che era ben più importante di una partita di pallone.

Paolo era una farfalla, volava leggero tra lupi e squali, era svelto nella testa, velocissimo nell'intuizione, opportunista nei movimenti, decisivo in area di rigore. Sapeva sopperire a un fisico non certo superbo con la saggezza, prevedendo quello che i compagni avevano in testa, lo sviluppo dell'azione che lui andava a concludere. Spesso lo vedevo stanco, sul lettino dei massaggi, con la borsa del ghiaccio a lenire i dolori delle sue gambe. Non aveva più menischi eppure era veloce, fulmineo nell'approfittare di situazioni critiche in area di rigore avversaria. Non l'ho mai udito rimproverare né i compagni di squadra né gli avversari, anche quelli che ricorrevano alle maniere forti per fermarlo.

Pensava molto e parlava poco, la sua intelligenza è stata la dote principale che gli ha permesso di superare le sofferenze fisiche. Due anni fa mi telefonò per coinvolgermi in un film documentario sulla sua carriera e vita, andai a Forte dei Marmi e fu l'occasione per rileggere il nostro diario di quando, ad esempio, e accadeva spesso, lui si incazzava con me perché gli chiedevo una sigaretta. Era un mio viziaccio, lo ammetto e lui reagiva con fastidio ma sempre con la massima educazione, accompagnata, alla fine, da un sorriso. Ho perso un altro amico, dopo Gaetano, di quegli anni bellissimi a Torino. È un anno difficile per la mia memoria, Michel Hidalgo, Robert Herbin, Diego Maradona, adesso Paolo. Mi ritrovo solo.

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