"Ronaldo e i big del calcio mi hanno fatto l'esame e l'ho sempre superato"

Intervista a Davide Ancelotti. Il figlio del tecnico più vincente di sempre: "Nepotismo? L'ho patito, ma ho vinto io"

"Ronaldo e i big del calcio mi hanno fatto l'esame e l'ho sempre superato"

Per intervistare Davide Ancelotti, figlio di Carlo, suo primo assistente al Real Madrid campione della Champions 2022 a Parigi, sono passato dal capo famiglia come si usa nelle case di un tempo educato. Carlo Magno Ancelotti, re d'Europa, sta riposando le sua stanche membra in quel di Sardegna dove ha solo il tempo, in questi giorni, di rispondere a tutte le telefonate e ai messaggi ricevuti per quel trionfo inaspettato che molti considerano una sorta di presenza divina nel calcio, una risposta magnifica alla prepotenza della vil moneta esercitata dai vari sceicchi.

«Tra gli altri mi ha chiamato Ariedo Braida e mi ha detto: grazie Carlo perché con la tua impresa hai sistemato tutti questi ingegneri nucleari che sono in circolazione!»: dietro la citazione si avverte la soddisfazione dell'uomo molto semplice e diretto che si gode ancora il successo traendone una forza ciclopica per continuare a lavorare nel calcio di prima linea sorridendo del dispetto di alcuni colleghi, tipo Klopp per esempio. «Adesso ti mando il cellulare di mio figlio sul cui conto ti racconto solo un particolare che può servire a capire come è fatto il ragazzo. Lui si era iscritto al corso italiano di Uefa pro per prendere il patentino, ha presentato la domanda con un curriculum invidiabile, lungo dieci anni e ha saputo di non essere stato ammesso. La mia reazione è stata la seguente: adesso mi faccio sentire. Lui mi ha fulminato con lo sguardo e ha detto: se lo fai ti tolgo il saluto! Senza dirmi niente si è iscritto in Galles, e ha superato il test. Ecco: questo è Davide».

Il figlio di Carlo, Davide Ancelotti, è a Ibiza in questi giorni, con i due figli Leonardo e Lucas e la compagna Ana che tra qualche giorno diventerà ufficialmente sua moglie a Siviglia: come data hanno scelto il 10 giugno, il giorno del compleanno di Carlo, una sorta di intreccio di date che tornerà presto anche nella magnifica cavalcata professionale dei due.

Allora, caro Davide, ti ricordo ragazzino a Milanello che giocavi negli allievi

«E infatti ho cominciato così: prima negli allievi, poi nella Beretti, infine nella primavera del Milan e ho avuto come allenatori Fiorin, Evani, l'attuale assistente numero uno di Mancini, Franco Baresi e Filippo Galli».

Poi perché hai deciso di cambiare strada?

«Sono andato a Borgomanero, volevo misurarmi con un club semiprofessionistico e mi sono reso conto che non avrei potuto fare molto di più. Allora ho scelto di restare nel calcio e di cambiare strada, di studiare».

Il secondo ricordo è a Parigi, una cena con papà Carlo e altri amici durante la quale spiegavi il tuo dissenso rispetto ad alcuni metodi in voga nel settore giovanile del Psg

«Ho cominciato proprio a Parigi come uno dei preparatori del settore giovanile e anche in quella occasione ho sempre mostrato una certa curiosità: per convincermi ad adottare certi criteri di allenamento, dovevano spiegarmene la ragione. Sono sempre stato molto curioso di capire, di controllare perché il mio settore specifico è la preparazione fisica. E qui imparare il mestiere è fondamentale».

Terza tappa

«Ho sempre seguito, dall'esterno, tutte le conferenza-stampa di Carlo. Capire come si muoveva nei confronti dei media è stato un altro passaggio prezioso perché si colgono sfumature che ai più passano inosservate e invece costituiscono un patrimonio di conoscenze ed esperienze nel trattare con lo spogliatoio».

Da Parigi a Madrid, col Real: un salto triplo

«Ho cominciato a salire il primo grande scalino. C'erano da gestire grandi e titolati campioni come Sergio Ramos, Cristiano Ronaldo, avevo soltanto 23 anni e bisognava risultare convincente per ottenere il loro gradimento. Ricordo un episodio che considero l'inizio di tutto. Dopo qualche giorno di lavoro, mi prende da parte Casillas, il portiere, e mi fa: Davide a fine allenamento andiamo in palestra a fare un supplemento di lavoro. Ho capito che mi stava sottoponendo a un test, un vero e proprio esame. All'inizio ero un po' agitato, poi mi sono sciolto. Gli ho spiegato quali esercizi erano utili per la sua struttura fisica e per il suo ruolo di portiere e lui ha eseguito senza battere ciglio. È stata la promozione sul campo!».

Ma quello è stato un ruolo dietro le quinte

«Certo. La svolta è avvenuta in Germania, al Bayern. Qui, innanzitutto, sono partito col piede giusto. E cioè con la conoscenza della lingua: è stato utilissimo specie nelle prime settimane di lavoro. Durante la stagione, il primo assistente, Clements, che ha lavorato con Carlo al Psg e al Chelsea, è tornato in Inghilterra a gennaio e a quel punto si è liberato il posto. A sorpresa sono diventato io il suo primo assistente e questo attestato di grande fiducia mi ha dato una carica straordinaria».

Ma da allora probabilmente è cominciata la nomea di raccomandato

«Ho sentito parlare di nepotismo. All'inizio un po' ho patito poi ho fatto una riflessione. Se così fosse dovrebbero parlarne sempre, sia quando si vince che quando si perde. E invece, soprattutto a Napoli, il primo anno, coinciso con un campionato di ottimo valore, nessuno ha aperto bocca. I primi veleni sono spuntati durante il secondo in coincidenza di risultati deludenti. E qui mi son fatto una ragione: se funziona così, vuol dire che è solo un pretesto».

In molti di noi ha fatto un effetto speciale l'abbraccio con Carlo dopo la semifinale con il Manchester City: cosa vi siete detti in quei pochi teneri secondi?

«Nessuno ci crede quando ripeto che abbiamo parlato pochissimo. Abbiamo solo pensato che quella data era significativa, si trattava del 4 maggio, la data di nascita di mia mamma Luisa. Abbiamo pensato a lei».

Ora racconta il segreto di questo Real infinito

«Non ce ne sono, non vorrei deludere ma è così. È una storia che nasce innanzitutto da un pronostico di segno contrario: non eravamo i favoriti, un po' come è successo al Milan. Poi dall'unione del gruppo. Avevamo il vantaggio di conoscere alla perfezione tutti, dal grande campione al magazziniere e questo fa la differenza, accorcia i tempi. Poi ha inciso l'attaccamento morboso a Carlo».

Attaccamento morboso?

«Sì perché lui è in grado di esercitare tutto questo, un attaccamento morboso non al risultato ma alla sua persona da parte del gruppo perché è capace di far vivere loro in pace, con serenità, chiedendo a tutti lo stesso, e togliendo pressione. E pensare che la squadra era praticamente la stessa del precedente torneo: via due come Sergio Ramos e Varane, dentro Alaba e Camaninga».

Quale sarà il tuo futuro quando Carlo smetterà?

«Quando accadrà mi lancerò nella mischia. Ho detto a Carlo: questo sarebbe il momento giusto per smettere, hai vinto i 5 campionati, hai collezionato la quarta Champions, non hai altri record da centrare. Ma come glielo dicevo, capivo che era tutto sbagliato. Perché, e questo è forse il suo unico segreto, a lui piace questo mestiere. E allora mi son detto: perché fermarlo?».

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