È un sabato milanese. Tra il Diavolo e l'Inter il derby non finisce mai

Ibra e Lukaku squalificati in coppa un turno, Pioli e Conte umori opposti. E oggi tutti in campo

Milano. Il derby di Milano continua. Con le squalifiche di un turno ciascuno, per Ibra e Lukaku, conseguenza delle rispettive ammonizioni, e l'annuncio del presidente Gravina («immagine che va messa in discussione»), rimasto silente sugli altri casi spinosi (Suarez e Juve-Napoli), e con la procura federale che ha chiesto il referto dell'arbitro Valeri per capire se c'è un riferimento agli insulti volati tra i due prima di aprire una indagine visionando i filmati. Pioli e Conte, che sono esponenti di un calcio autentico, viaggiano su un diverso treno. Dice il milanista: «Non è stato uno spettacolo bello, non giustifico, Ibra non è razzista, la società è in prima linea nella lotta alle discriminazioni, ora mettiamo un punto». Gli fa eco l'interista: «Non so se ci sarà un'inchiesta della procura e non m'interessa». Di sicuro, perché la garanzia è dello stesso Pioli, «Ibra è determinato come sempre, dispiaciuto ma pronto a dare il massimo» mentre invece da Appiano non arrivano aggiornamenti sull'umore di Lukaku che dovrà saltare (con Hakimi) la prima semifinale di coppa Italia contro la Juve. Il derby di Milano, concentrato in poche ore del pomeriggio di oggi, continua cogliendo il diverso clima nei rispettivi accampamenti. Il Milan, reduce dalla terza sconfitta del 2021 (Juve, Atalanta, Inter) sembra quasi sollevato dall'aver evitato la doppia sfida con la Juve e rinfrancato dal recupero di quasi tutti i titolari.

Spiega Pioli: «Nelle settimane passate per allenarci 11 contro 11 dovevo chiedere rinforzi alla primavera». Adesso con Bennacer pronto per tornare almeno in panchina a Bologna, c'è anche la notizia di Calhanoglu uscito dal tunnel del Covid-19. «Il clima ostile nei nostri confronti m'interessa poco, dobbiamo concentrarci sui prossimi impegni sapendo che nessuno credeva in noi all'inizio»: ecco il sassolino che Pioli si toglie dagli scarpini. Proprio come Antonio Conte, rappresentato all'esterno di Appiano Gentile, sempre come l'artefice unico del mercato interista, così come nel caso dello scambio Dzeko-Sanchez. Di qui il suo legittimo risentimento. «Sembra che io non sia mai contento del mio gruppo e invece no, è vero il contrario. Chi sostiene che ci sia io dietro lo scambio Dzeko-Sanchez è lontano anni luce dalla realtà» il chiarimento che diventa quasi una riscrittura storica della sua presenza nel mondo Inter targato Suning. «Anzi io ho inciso poco e penso che debba andar via solo chi è infelice di restare all'Inter» la stoccata finale. Così come è chiaro anche l'indirizzo del mancato ricorso contro la squalifica di due turni. «Ho chiesto io alla società di non farlo, le squalifiche si accettano e poi ho uno staff eccezionale» la precisazione sul tema. Con la segnalazione di un altro nervo scoperto, la difficoltà a spostare a sabato la partita con la Fiorentina. «Dovete chiedere in società» invita.

Alla fine di Bologna (per il Milan) e di Benevento (per l'Inter) si scrive e si discute poco nonostante Mihajlovic difenda Ibra e Inzaghi ricordi ai suoi che «il viaggio a San Siro non dev'essere una gita premio».

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