Sanders, il colosso ucciso dal colpo oscuro

A Helsinki '52 fu oro nei pesi massimi. Due anni dopo morì sul ring per un tumore alla testa

Un colpo oscuro finì Eddie Sanders, tragico e irridente per un fantastico colosso nero, ercole che metteva paura sol a mettere piede sul quadrato. Lo chiamavano Big Ed, morì fra le corde di un ring di Boston mentre si batteva con Willie James, campione del New England per i pesi massimi. Era l'11 dicembre del 1954, solo 9 match da professionista all'attivo: 18 ore dopo il ko subito da James, lasciò la vita. Due anni prima, a Helsinki, questo americano, 22 anni di età, 1,93 m. d'altezza e 100 kg di stazza, saliva sul podio per godersi la medaglia d'oro del torneo olimpico dei pesi massimi. Inesorabile distruttore di avversari, tanto da convincere l'ultimo, un futuro campione dei massimi, a fuggire per il ring. I cronisti del tempo ne vedevano già l'erede del grande Joe Louis. Invece un tumore annidato nella testa scatenò una emorragia cerebrale, dopo un pugno avversario, che decretò il ko finale. La nera signora è uno degli avversari dei pugili fra le corde, nella decade fra il 1950 e il 1959 si contarono 119 morti: un inferno. Sanders veniva dalla California, il clima di quell'estate a Helsinki, dove pioggia e sole si alternavano nel giro di poche ore, e dal mare di Barents arrivavano raffiche di vento polare, parevano il vero disagio per un uomo abituato al caldo di Los Angeles, tanto che il coach della nazionale Usa, un italo-americano, stava perfino per sostituirlo con Norvel Lee, un poliziotto di New York. Sanders aveva già dimostrato la sua potenza e prepotenza: si era guadagnato la qualificazione olimpica salendo sul ring con una mano rotta e mettendo ugualmente ko l'avversario. Poi l'infortunio di Charley Spieser, stempiato ragazzone di Detroit iscritto nei mediomassimi, diede soluzione al caso: Norvel Lee avrebbe gareggiato fra i mediomassimi, Sanders fra i massimi. Fu una fortuna per la storia della boxe.

Il poliziotto vinse il suo torneo, ma presto lasciò i guantoni per diventare ufficiale di carriera dell'esercito. Invece bastò il primo match nella Messuhall I di Helsinki per far capire al pubblico quale era il vero terrore del ring: Big Ed si muoveva a velocità impressionante e faceva danni con entrambi i pugni. Eppure questi Giochi avrebbero annoverato, si sarebbe scoperto nel tempo, fior di campioni: Floyd Patterson oro nei medi ma nei professionisti due volte campione del mondo dei massimi, Henry Twin Cooper baronetto inglese futuro avversario di Cassius Clay, l'americano Davey Moore poi mondiale piuma, il messicano Raoul Raton Macias mondiale gallo, Ingemar Johansson svedese che sarebbe diventato mondiale dei massimi, l'ungherese Laslo Papp uno dei più grandi dilettanti di sempre. Fra gli italiani Guido Mazzinghi, fratello più grande di Sandro.

Sanders sembrava un monumento bronzeo: a 12 anni pareva un bestione di 18, aveva praticato football e frequentato gli stadi dell'atletica. Si muoveva da giaguaro, saltava e correva veloce. L'allenatore della Accademia navale di Compton, California, ne avrebbe voluto fare un avversario di Bob Mathias il campionissimo del decathlon. Ma a Helsinki, Sanders dimostrò di aver preso la strada giusta. Eliminò gli avversari per ko: lo svizzero Jost, il romano Di Segni centrato al 3° round. Fu più dura con il sudafricano Andries Chris Niemann, uno scricciolo rispetto alla dimensione dell'altro: ma si battè da coraggioso boero. A causa delle leggi razziali del suo paese era la prima volta che si batteva con un nero: incalzò Sanders con violenza distruttiva per un round, quasi fece crollare il colosso. Ma, nel 2° round, la furia dell'americano lo demolì.

Lo svedese Ingemar Johansson arrivò pure lui alla fine, osservando sempre Sanders da bordo ring. Pareva un tipo tranquillo, ma quel sabato notte lasciò il coraggio nello spogliatoio. Cominciò a correre e indietreggiare: una fuga indecorosa. Sanders cercò il contatto: stupito. Il vichingo non tenne fede alla fama guerriera della sua gente. I tifosi cominciarono a spazientirsi, volò pure una mela fra le corde ad inseguire il fuggitivo. L'arbitro francese Vaisberg invitò al combattimento: dapprima con gentilezza, poi con asprezza. Finchè, nella 2ª ripresa, fermò Sanders con una mano e spedì i pugili all'angolo. Johansson venne squalificato, la gente inviperita gli urlò «codardo». La stampa scandinava lo definì «coniglio». Scrissero: «Una tra le pagine più vergognose della storia sportiva di Svezia». La medaglia d'argento non venne consegnata, sul podio salirono solo Sanders, primo nero americano a vincere l'oro dal 1904, e il finlandese Koski: bronzo. La bandiera svedese rimase ammainata: caso che fece storia.

Dopo due anni la sorte di Sanders finì in tragedia. Invece Johansson capovolse un destino da coniglio andando a conquistare il mondiale dei massimi davanti a Floyd Patterson, enfant prodige della boxe Usa: il più giovane re dei massimi nella storia. Il 26 giugno 1959 il corpulento svedese, per i bookmakers perdente 5-1, nello Yankee stadium di New York davanti a 20mila spettatori, costrinse il campione a sette cadute e chiuse nel 3° round. Prima di allora, solo due europei, Max Schmeling e Primo Carnera, erano stati campioni mondiali. Un medico americano di Seattle raccontò che lo sfidante era stato ipnotizzato nello spogliatoio da un accompagnatore. Fantasie? La successiva rivincita, un anno dopo, si chiuse con Johansson messo ko in 5 round. E così capitò nel terzo incontro. Tre match, come piaceva al business americano. Le vie dei sospetti sono infinite, ma a Goteborg, sua città natale, decisero che Johansson meritava comunque una bronzea statua. Il codardo si era riscattato.

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