"Lo scudetto del destino. Perugia, l'acqua e la Juve. Lazio, me lo sentivo..."

Fabrizio Ravanelli e il titolo del 2000: "Storico. Bianconeri a casa mia... Convinto che sarebbe andata bene"

Era tutto scritto nel destino. Ma lui ha avuto la forza di realizzarlo. Il 14 maggio di 20 anni fa la Lazio vinceva il secondo (e a oggi ultimo) della sua storia. Un titolo inatteso, improvviso, seppur meritato. Eppure Fabrizio Ravanelli era convinto che la Lazio ce la avrebbe fatta. Lo vedeva scritto nelle stelle. Arrivato in biancoceleste nel mercato invernale, ha vissuto solo la parte finale di quella stagione, ma ci si è immerso completamente.

«La Lazio mi prese dal Marsiglia - ricorda oggi Ravanelli -. Io in Francia stavo benissimo, avrei terminato lì la carriera. Ma dovetti tornare in Italia perché mio padre stava molto male. Lui viveva a Perugia, per questo per me trasferirmi a Roma fu un'occasione irrinunciabile, principalmente dal punto di vista privato, anche se sportivamente parlando la Lazio in quel momento era una delle squadre più forti d'Europa». E il destino quel 14 maggio del 2000 mischiò l'aspetto sportivo a quello umano. Perché la Lazio quello scudetto lo vinse proprio perché il Perugia riuscì sorprendentemente a battere la Juventus capolista.

Ravanelli aveva già visto un finale di stagione simile: nel 1976 era sugli spalti quando i bianconeri persero la corsa per il titolo all'ultima giornata proprio in Umbria. «Ero sicuro che il Perugia avrebbe dato il massimo benché non avesse nulla da chiedere al campionato. Conoscevo il presidente Gaucci e sapevo che non ci stava a perdere».

Chi fu a volerla alla Lazio?

«L'idea fu di Nello Governato, all'epoca direttore sportivo dei biancocelesti. Lui mi aveva portato già alla Juventus e aveva provato a prendermi anche quando lavorava alla Fiorentina. Successivamente parlai con mister Eriksson e con il presidente Cragnotti. Appena arrivato trovai una squadra formata da grandi campioni, che avevano il vantaggio di essere estremamente umili. Venni accolto benissimo da tutti».

C'è un gol che ricorda con particolare piacere?

«Quello al Bologna il 9 gennaio del 2000. Era il giorno del centenario, la Juventus aveva perso nell'anticipo con il Parma e vincendo salimmo al primo posto in classifica. Quello, anche per il momento, è quello che mi ha trasmesso le emozioni più forti. Quell'anno segnai una rete pesante anche contro la Juventus in Coppa Italia, competizione che vincemmo. Il gol più bello è invece uno che feci di testa al Torino di Mondonico che aveva provato a portarmi in granata».

Quando si convinse che la Lazio avrebbe potuto vincere lo scudetto?

«Il primo aprile del 2000 andammo a vincere in casa della Juventus e ci portammo a 3 punti dalla vetta. Quella fu una vittoria fondamentale».

Lei all'Olimpico aveva anche già vinto la Champions segnando contro l'Ajax...

«Avevo la sensazione che avrei vinto anche con la Lazio. Quello stadio per me è importante. Quando ho visto che all'ultima giornata la Juventus avrebbe giocato proprio col Perugia, la squadra della mia città, ero convinto che sarebbe finita bene. E con il nubifragio sul Curi, mentre in tutto il resto di Perugia splendeva il sole, è difficile non credere nel destino».

Dovesse riprendere il campionato chi sarebbe il favorito?

«Se la giocano le prime tre, Inter compresa. Per i nerazzurri senza il Coronavirus sarebbe stato difficile ripartire subito dopo le sconfitte ravvicinate con Lazio e Juve, ma ora, passati due mesi, la mente è sgombra. Io comunque spero che il campionato riparta per il bene del calcio italiano».

Di Inzaghi cosa pensa?

«Lo stimo molto, ma anche qua entra in gioco il destino. La Lazio aveva scelto Bielsa, poi ripiegó su di lui. Simone però è stato bravo a farsi trovare pronto, anche se Lotito e Tare gli hanno messo a disposizione una squadra fortissima».

Vincere a Roma ha un sapore diverso che farlo con la Juventus?

«Assolutamente sì, anche se nasco juventino. Lo scudetto con la Lazio è un traguardo storico, perché per la gente si diventa subito leggenda. Auguro a quella piazza di vincere ancora qualcosa di grande».

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