Se Djokovic nelle lacrime della sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera

Niente Grande Slam per il serbo, ma il tifo del pubblico lo rende umano: "Mi sono sentito speciale... Il cuore è gonfio di gioia"

Se Djokovic nelle lacrime della sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera

Nel momento in cui è sgorgata la prima lacrima, all'improvviso, senza controllo, Novak Djokovic è diventato un altro. Forse non sarà mai più il tennista imbattibile, però l'uomo che c'è in lui è finalmente tornato. E forse non sarà più l'eroe che voleva essere, «ma gli eroi mediocri sottomettono i loro nemici, quelli autentici conquistano se stessi». Lo diceva il poeta persiano Rumi, ed in effetti quel momento è stata pura poesia.

Le lacrime, successive e implacabili, così come non si erano mai viste sul volto di Robonole, hanno cambiato perfino la sua espressione, probabilmente la sua anima. Anni di lavoro per annientare se stesso per un unico obbiettivo lo avevano trasfigurato: ma è stato proprio in quell'attimo che si è riaperta la sua finestra sulla vita. Anche se il tennis non potrà celebrarlo come il Più Grande di tutti. «Non l'ho mai detto a nessuno, ma per me tu lo sei» gli ha detto Medvedev (con Rod Laver che sorrideva un po' beffardo in tribuna) dopo avergli negato il sogno. Forse troppo facile, forse nemmeno tanto scontato. Forse dannatamente vero.

Eppure, davvero, il pianto di Djokovic ha segnato un'era: quello che c'era prima infatti è stata solo la ricerca sfrenata del successo, quello che verrà dopo ha come simbolo il tifo scatenato del pubblico dell'Arthur Ashe Stadium, lo stesso che lo aveva maltrattato beceramente anni prima in una finale contro Federer (e che ha fatto lo stesso domenica con Medvedev). «Nole, Nole, Nole», un grido che è diventato un tornado, quando il grande campione a un passo dalla sconfitta ha ritrovato un po' di speranza, recuperando uno dei due break al russo nel terzo set: «E in quel momento, proprio in quel momento - dirà Medvedev -, ho capito che se me ne avesse strappato un altro poi avrei perso la partita». Pensarlo due set e un break avanti (finirà poi con un triplo 6-4), vuole dire arrendersi all'inevitabile. E invece non è successo, ma del primo titolo Slam di Daniil non si ricorderà il tuffo a pesce sul campo quando Djokovic manda a rete l'ultima palla («lo capisce solo chi gioca a videogame, ho fatto il comando L2+sinistra»), ma quella faccia un po' così di Novak, stravolta dal pianto, che accompagna il cambio di campo e l'inizio del game successivo. Quello che il russo porterà a casa tremando per salire 5-3 e ritrovare il coraggio definitivo.

Il tennis sa è essere drammatico, l'avrà pure inventato il diavolo, però sa anche essere bellissimo, a volte struggente, in questo caso epocale. «Sarà dura digerire quando è successo, in questo momento sento tanta tristezza. Però è strano: per la prima volta mi sono sentito così amato, ho il cuore gonfio di gioa. Grazie gente, mi avete fatto sentire speciale». Novak Djokovic non ha fatto il Grande Slam, il sogno di onnipotenza probabilmente è spento per sempre: vincerà altri Slam, batterà altri record, ma il tutto non avrà lo stesso sapore di una volta. Ferito ma finalmente amato, ha perso la sua sfida. Eppure sa, lo sanno tutti, di avere vinto.

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