Sogni e dubbi, l'ora di Milano-Cortina

Passaggio di consegne con Pechino: logistica da inventare, preoccupante la crisi sportiva

Sogni e dubbi, l'ora di Milano-Cortina

Dal faccione imperturbabile di Xi Jinping, seminascosto dall'immancabile mascherina, a quelli gaudenti e improbabili di Luca Zaia e Attilio Fontana mentre parlano in cinese. Il passaggio da Pechino 2022 a Milano-Cortina 2026 potrebbe essere tutto qui, in questi due momenti della cerimonia di chiusura che segnano la fine di un'Olimpiade e l'inizio della successiva. Nel Nido d'uccello pechinese si è chiusa un'edizione sicuramente eccezionale, iperorganizzata, probabilmente imbattibile sotto questo aspetto, se pensiamo a come i Giochi sono stati sviluppati e sostenuti dall'imponente macchina statale cinese, ma nello spicchio della festa riservata alla presentazione della futura sede olimpica si è tornati a respirare un'aria completamente diversa, quella che l'Olimpiade italiana dovrà recuperare. Dalla grande bolla ipertecnologica cinese, in cui i Giochi sono stati costretti a vivere soprattutto per difenderli dal Covid, alla riscoperta di un'atmosfera quasi da festa del paese, perché se sarà difficilissimo poter concorrere con la perfezione cinese che ha spaccato il secondo su ogni campo, l'Italia dovrà far riscoprire le Olimpiadi dal volto umano, in un mondo, si spera, finalmente libero dalla maledetta pandemia.

E allora la breve presentazione di Milano-Cortina, affidata alla regia di Marco Balich, il grande direttore creativo che ha curato le cerimonie delle ultime Olimpiadi, ha fatto subito emergere quello che sarà il cambio di passo: i Giochi italiani avranno l'intensità artistica dell'inno di Mameli cantato da Malika Ayane, accompagnata da Andrea Zanon con il suo prezioso violino, avranno la brillantezza tecnologica della danza esibita sul terreno dello stadio cinese, su cui veniva proiettata la mappa stilizzata di Milano, ma avranno soprattutto il respiro delle Olimpiadi a misura d'uomo, interpretate al meglio proprio dalle comparsate dei due governatori delle regioni interessate. Il tutto accompagnato da un filmato in cui si mischiano guglie e grattacieli milanesi con i panorami delle nostre montagne, dalla Galleria alle Tofane.

Ciao Pechino, dunque, perché da ieri la bandiera a cinque cerchi è passata a Milano-Cortina, ritirata dai due sindaci Sala e Ghedina dalle mani di Bach. Ma con la bandiera i due sindaci si portano a casa anche tutti i dubbi. Perché si passa dai fantagiochi di Pechino a una realtà lombardo-veneta ancora tutta da scoprire e da costruire, soprattutto in fatto di infrastrutture. E se da Pechino alle piste di sci di Yanqing basta una mezzoretta di treno ad alta velocità, oggi come oggi per andare da Milano a Bormio ci vogliono due ore e mezza di treno sulla linea a binario unico che ti scarica a Tirano. E da lì hai ancora 40 chilometri da fare...

Ma le preoccupazioni proiettate sui prossimi quattro anni non riguardano solo le problematiche logistiche di un'Olimpiade sparpagliata per tutto il Nord, ma anche l'aspetto tecnico di un'Italia che è tornata da Pechino con 17 medaglie, però solo con due ori conquistati da una pattinatrice che minaccia di disertare Milano-Cortina per dissapori con la sua federazione e dalla sorprendente coppia del curling che potrebbe aver centrato un exploit irripetibile. Per il resto il Coni dovrà pregare i grandi vecchi (da Pellegrino a Paris, dalla Wierer alla Brignone, alla stessa Lollobrigida) di non deporre le armi, perché in molte specialità sembra prospettarsi il deserto. Senza contare che anche a Pechino il medagliere si è arricchito grazie soprattutto alle donne, mentre in molte discipline, a cominciare dallo sci alpino, gli uomini sono in forte crisi. E poi abbiamo dei buchi neri in sport classici, come lo sci nordico e il bob, da cui sarà difficile riemergere.

Quindi stiamo attenti a riempirci la bocca paragonando il bottino di Pechino con quello di Albertville o Lillehammer, perché nel '92 gli ori furono 4 e nel '94 addirittura 7. E in sport pesantissimi. Senza contare che le gare a disposizione erano molte meno.

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