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Vergogna: il calcio torni al calcio. Via i burocrati e meno stranieri

Gravina e Simonelli, colpe imperdonabili. E riduciamo i giocatori esteri in campo contemporaneamente. Ripartiamo da qui

Vergogna: il calcio torni al calcio. Via i burocrati e meno stranieri
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Non accade. Ma se accade. È accaduto. Stavolta non ci sono alibi, salvataggi in corner, difese di ufficio. Siamo fuori dal mondo, non soltanto dal mondiale, siamo estranei ad un sistema che ci ha visto protagonisti per un secolo, premiati quattro volte sul campo, ma che, da otto anni, ci ha puniti, umiliati, svergognati, tre volte di seguito, inaudito. È finito il tempo dei venditori di pentole, chi comanda il nostro football non ha merito alcuno per proseguire nella missione, federcalcio e lega di serie A, associazione allenatori e sindacato calciatori, arbitri e infine anche giornalisti, sono chiamati al raduno, riuniti per gli stati generali. Questo fallimento non salva nessuno, anzi smaschera coloro che si sono nascosti nel canneto, approfittando del proprio potere, per arroganza e ignoranza, la cifra internazionale dei dirigenti calcistici italiani è sulla stessa linea dei risultati della nazionale, i personaggi nostrani che occupano posti all'interno delle istituzioni euromondiali, Uefa e Fifa, nulla hanno portato a fare crescere il nostro movimento, invece badando al proprio interesse bottegaio e ad una busta paga sontuosa. Non bastano le dimissioni, anche se questo istituto è una bufala ipocrita per chi mai si è assunto totalmente le proprie responsabilità.

Fine delle trasmissioni, fine dei mandati, Gravina o Simonelli, espressioni di una democrazia bulgara, non hanno fatto storia ma soltanto cronaca, sono semplici figure di passaggio, comparse; il primo, presidente federale, ha continuato a fare propaganda per se stesso, le ultime bizzarre scelte di affidare la riforma dei settori giovanili al trio Viscidi-Perrotta-Zambrotta, il cui identikit tecnico non è certo quello degli artisti del dribbling e della fantasia, ne è la conferma paradossale: che cosa mai sapranno insegnare sul tocco di palla e la genialità di una rovesciata resterà un mistero. Non si salva certo il presidente della serie A che vende il prodotto campionato come se fosse un articolo prezioso mentre ormai è da bancarella ambulante o outlet.

La vergogna è un sostantivo scomparso dal vocabolario del calcio, se in principio ci fu Corea, a prescindere Nord e Sud, dopo sono venute la Svezia e la Macedonia, ieri la Bosnia, stazioni che hanno trasformato in clown i nostri eroi della domenica. L'enfasi che accompagna certe telecronache e gli strilli nei titoli dei giornali hanno tenuto sotto la sabbia la modestia assoluta del prodotto italiano che, irrorato da forze straniere, sia a livello di organico di squadre sia per le proprietà dei club, ha ottenuto una visibilità più dignitosa nelle varie competizioni europee ma questi stessi risultati hanno abbagliato gli ignoranti, oltre la siepe c'è il buio, c'era e c'è poco, giovani promesse però strozzate dalla concorrenza di calciatori stranieri e neppure di alto livello, una scuola di allenatori tesa ad esasperare la tattica, trascurando la qualità tecnica, generazione arbitrale senza personalità e vittime di un regolamento assurdo. Non si può andare contro le leggi sulla libera circolazione dei lavoratori all'interno della comunità europea ma si può, anzi adesso si deve, limitare l'utilizzo degli stessi in campo, in contemporanea. Il caso clamoroso riguarda il Como che è la squadra modello però ha proprietà indonesiana, allenatore spagnolo e una rosa di calciatori con due sole presenze italiane. La missione non è impossibile ma va affrontata, è stata ritardata dalla cocciutaggine e ingordigia dei centri di potere, i dirigenti dei club provano fastidio a parlare di nazionale, badano, giustamente, a tutelare i propri interessi anche se la gestione economica e finanziaria denuncia costi e investimenti scriteriati, fatte rare eccezioni comunque in evidente gap rispetto alle realtà internazionali. È il momento di restituire il calcio a figure di grande perizia aziendale, con cifra manageriale e credito internazionale, insieme con professionisti che vengono dal campo, ex calciatori, ex allenatori, purché competenti e preparati aalla nuova realtà, mettendo da parte burocrati e boiardi che nulla hanno a che fare con lo spirito vero e antico di questo gioco.

Gattuso è stato l'unico a pagare errori altrui, avrebbe dovuto fare quello che i suoi colleghi, Chivu, Conte, Spalletti, Palladino, Gasperini non sono riusciti a fare pur disponendo di una truppa di stranieri illustri.

Ora prevedo per i nazionali fischi, insulti, lancio di ortaggi e frutta, minacce personali. Poi, nel giro di qualche ora, tutti torneranno a far scaldare le curve e le cronache del condominio Italia. Ma la farsa non può più continuare.

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