Vicenza, dalla Coppa Italia all'incubo fallimento in C

I calciatori chiedono gli stipendi che non arrivano. Ai titoli di coda la storia di un club che ha scritto pagine importanti del calcio italiano

Vicenza, dalla Coppa Italia all'incubo fallimento in C

La Serie C rischia di trovarsi a piangere una nuova, gloriosa, vittima del fallimento economico. Dopo il clamoroso crac del Modena, è il Vicenza a rischiare grosso. Come riporta il Corriere Veneto, la società non paga gli stipendi ai calciatori da mesi e, perciò, questi – che già hanno proceduto alla messa in mora - potrebbero scegliere di svincolarsi a parametro zero.

Siamo alla vigilia della fine di un club storico del calcio italiano. Non tanto perché porta sulle sue spalle il fardello di centoquindici anni di storia, ma per quello che al football nazionale ha regalato. Il Vicenza, dai tempi gloriosi di Paolo Rossi, ha vissuto all’avanguardia del calcio.

A iniziare dal nome. Le generazioni più agée ricorderanno che quello che abbiamo conosciuto come Vicenza fu il primo (e forse l’unico davvero azzeccato) esperimento di naming sponsor nel calcio italiano: il Lane Rossi Vicenza, più semplicemente il Lane. Era, in realtà, l’ultima testimonianza di un calcio ancor più antico, quello dopolavoristico, delle squadre delle fabbriche composte (a quei tempi pionieristici) dagli stessi operai. Inoltre, il Vicenza è stato il primo club italiano divenuto proprietà di imprenditori stranieri. Alla fine degli anni '90, infatti, lo acquisì una cordata inglese, la Stellican, riferibile a Steven Julius che i giornali dell'epoca descrissero come "intimo" della principessa Diana.

L’epopea del pallone vicentino trova il suo culmine in due importanti stagioni del calcio italiano: gli anni ’70 e il decennio dei ’90, quello dominato dalle Sette Sorelle (quando, alla faccia di tutte e sette, alzò al cielo la Coppa Italia).

Da ’76 al ’78, il Lane diventò il Real Vicenza. Conquistò la serie A e, al primo anno, quasi soffiò lo scudetto alla grande Juventus di Zoff, Bettega e Franco Causio. Fu l’anno della consacrazione di un (allora) giovane Paolo Rossi. Tutti si ostinavano a farlo giocare all’ala, Gibì Fabbri – allenatore di quella squadra rivoluzionaria – lo mise a giocar da centravanti. Finì che la Juventus dovette svenarsi, alle buste, per riscattarlo dalla comproprietà. Senza riuscirci. Non fu solo il talento del (futuro) Pablito a uscire dalla fornace calcistica vicentina.

Qualche anno dopo, il Vicenza è lontano ormai dai fasti, un ragazzo di Caldogno si metterà in mostra e attirerà su di sé le attenzioni del calcio che conta. Arriva nel club a tredici anni, nel 1980. Si chiama Roberto Baggio e nell’85 ha appena diciotto anni quando lo compra la Fiorentina ambiziosa di Ranieri Pontello, allenata dall’indimenticato Aldo Agroppi. Da lì partirà una carriera fantastica, fatta di sali-scendi epici, tra infortuni, incomprensioni, classe, genio e litigi. Dal rigore di Pasadena a quando salvò, praticamente quasi da solo, il Brescia di Carlo Mazzone. Tanti altri sono stati i talenti che, in anni più recenti, sono partiti (o passati) per Vicenza. A cominciare da Luca Toni, passando per l’uruguagio Marcelo Otero e giungendo, in tempi più recenti, allo sfortunato Piermario Morosini che in biancorosso ha giocato ottantuno partite.

I ricordi più belli dei tifosi vicentini riportano due date: quella del 29 maggio del 1997 e quella del 16 aprile dell’anno successivo. Nel ’97, ribaltando la finale d’andata, il Vicenza di Francesco Guidolin conquista – da outsider – la Coppa Italia al cospetto del Napoli di Beto, Pecchia e Taglialatela. Segnano Maini, Rossi e Iannuzzi.

Un anno dopo, i biancorossi si trovano a disputare la Coppa delle Coppe. Superano, di slancio, Legia Varsavia, Shakhtar Donestsk e poi prendono a pallonate gli olandesi del Roda Kerkrade. In semifinale li attende il Chelsea. Andata al Menti, basta un gol di Lamberto Zauli per far sognare i veneti. Uno a zero, in attesa del ritorno a Londra.

Allo Stamford Bridge, il 16 aprile di quasi vent'anni fa, al cospetto di mostri sacri come Gianfranco Zola (lì lo chiamano Magic Box, Scatola Magica e i vicentini scopriranno perché) e Gianluca Vialli (allenatore-giocatore), il Vicenza va in vantaggio con una rete di Pasquale Luiso, il Toro di Sora, che esulta zittendo lo stadio. Luiso sarà capocannoniere (con otto reti) di quell’edizione della Coppa. Il suo gol, al 32esimo del primo tempo, manda in delirio i tifosi che dal Veneto sono giunti oltre Manica a seguito della squadra. Il sogno, però, dura poco.

Poyet dopo tre minuti pareggia (raccogliendo la respinta del portiere su conclusione del sardo ex Parma), poi è proprio Zola che segna (di testa, cross di Vialli) e infine Mark Hughes indovina un diagonale imparabile e consente il passaggio del turno al Chelsea. Che in finale, grazie proprio a Zola, avrà la meglio sui tedeschi dello Stoccarda.

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