Wiggins è umano E un super Nibali vola in maglia rosa

Avrebbe dovuto distruggere il Giro. Il Baronetto infligge solo 10'' al siciliano che rilancia il nostro ciclismo

Wiggins è umano E un super Nibali vola in maglia rosa

nostro inviato a Saltara

Su col morale, Italia: c'è un giovane figlio di Sicilia, il picciotto nostro, che dipinge qualche pennellata di rosa sulle lunghe giornate tristi di questa stagione grigia. L'uomo della speranza e della riscossa è Vincenzo Nibali, l'ultimo campione della nostra bicicletta, l'unico oggi presentabile ed esportabile. La sua parabola è molto semplice, ma anche molto utile all'intera nazione: mai rassegnarsi, mai rinunciare, mai partire battuti. Soprattutto nel momento difficile, quando l'ostacolo sembra insormontabile, l'italiano vero si ribella e s'inventa l'impossibile. Nello specifico, lungo le strade del Giro: l'altro giorno l'attacco folle e incosciente, ma terribilmente incisivo e chirurgico, sotto il diluvio di Pescara, sfruttando il tallone d'Achille del rivale, la discesa, ora subito a seguire il capolavoro imprevisto e dunque ancora più bello, la grande cronometro di Saltara.

E' rosa, è tutta rosa la domenica italiana. Contro i pronostici, contro le previsioni, contro tutto e contro tutti: possiamo dirlo, magistralmente all'italiana. Che cosa succeda lungo i 56 chilometri della cronometro, preparata a tavolino per Wiggins, è subito detto: il Baronetto va meno forte rispetto al proprio standard, benchè manchi il successo solo per un dannato cambio bici (vittoria all'altro british Dowsett, testimonial degli emofiliaci), ma Nibali si dimostra molto più rapido del proprio standard.

Si racconta adesso che il Baronetto accusi un non meglio precisato nervosismo (de che?), ma la verità è che si ritrova da inseguito ad inseguitore solo per colpa sua, per la sua esasperante lentezza in discesa, pagata pesantemente sotto il diluvio di Pescara, e poi pagata ancora nei primi 25 chilometri della crono, molto mossi e molto acrobatici (difatti vola nella seconda parte, lineare e più piatta).

Ma queste, in fondo, sono questioni squisitamente tecniche. Pure un po' noiose. Spiegano il risultato (a proposito: grande Evans, ottimo Scarponi, pessino Hesjedal), non spiegano l'anima e lo spirito di certe giornate. Dobbiamo guardare a questo: in un Giro bellissimo, enormemente più bello del Giro scorso, più bello, duro e complicato dello stesso Tour (chiedere a Wiggins), l'Italia ha una carta e un volto da giocare.

Rispetto alle previsioni invernali, è l'alba di un nuovo domani. Da qui in avanti, c'è un clamoroso ribaltamento di classifiche e di ruoli. Si pensava che dopo Saltara dovesse cominciare il disperato tentativo di rimontare il pesante vantaggio accumulato da Wiggins, dunque lui chiuso in difesa e tutti gli altri all'attacco. Il risveglio è choccante. Toccherà a lui, a Wiggins, inventarsi centravanti, mentre Nibali può mettersi molto più sereno, giocando di rimessa.
Certo: dopo aver tirato fuori il meglio di noi stessi, inventandoci i risultati proprio nel momento più ostico, adesso non è il caso di tirare fuori il nostro peggio, cioè dormire sugli allori, credendo di avere il risultato in tasca. Nibali ha molti avversari quotati (la classifica alle sue spalle è un Rotary), i suoi vantaggi non sono per niente abissali, le montagne che lo attendono sono tante, diaboliche, feroci.

Inutile illudersi: l'alba è radiosa, ma il giorno è ancora lunghissimo. Conforta sapere che il giovane italiano in rosa, il simbolo delle nostre riscosse, ha molto sofferto, lottato, imparato prima di diventare qualcuno. Viene dalla gavetta, si è fatto da solo. E pazienza se anch'egli ha dovuto emigrare, fino in Kazakistan, per trovare l'ambiente di lavoro giusto e una ricca retribuzione. Non sarebbe una storia davvero italiana, la sua, se non fosse un cervello in fuga.

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