Sprechi, privilegi, flop: la Casta dello show "divora" i fondi

Dal finanziamento alla lirica il 70% finisce nelle retribuzioni dei seimila dipendenti dei teatri

Milano - L’integrativo per il porto d’armi finte nell’Aida? Ma sì, c’è anche quello. Se lo ricorda bene il sovrintendente dell’Arena di Verona che quella sera, prima della «prima», si vide schierato davanti un picchetto di comparse travestite da guardie di Radamès, ma con le braccia incrociate: «Non andiamo sul palco se non ci firmi l’integrativo per l’uso di armi di scena». Il manager non mollò e l’opera verdiana si fece coi soldati del Faraone a mani nude. Antico Egitto o Roma 2009, la musica è sempre quella: il Fus! il Fus! ovvero, più soldi a teatri pubblici, film d’autore, fondazioni liriche. Richiesta sacrosanta cui però va aggiunta una postilla, quella dei grandi flop, dei “capolavori” finanziati col denaro pubblico ma disertati dal pubblico, della voragine nei bilanci di molte fondazioni liriche col loro esercito di 6mila dipendenti, del nulla di certi cartelloni di prosa mantenuti a suon di euro statali.

La legge per fortuna è diventata più selettiva nel tempo, quella sul finanziamento del cinema per esempio ha subito una torsione nel 2006 (riforma Urbani), anno di vacche magre per certi furbetti del quartierino cinematografico. Prima di allora, era la cuccagna in formato grande schermo, grazie alla radiosa idea del ministro-cinefilo Veltroni: coprire fino al 100% della produzione di film d’autore. Succedeva allora che società di produzione nascessero e fallissero così, nel giro di due anni, giusto il tempo di girare un film, incassare il finanziamento e dichiarare bancarotta per non doverlo più restituire.

Il cinema assistito, poi, non è sempre memorabile. Alzi la mano chi ricorda Prime luci dell’alba di Lucio Gaudino (1.250.000 euro di finanziamento pubblico, 12mila euro di incasso), o La rumbera di Piero Vivarelli (1.289.000 euro di fondi statali e 8.400 euro di biglietti venduti), oppure La porta delle sette stelle di Pasquale Pozzessere (3 milioni di euro), la cui recensione sul dizionario dei film Morandini si conclude lapidariamente così: «Distribuito senza esito nell'estate 2005».

Certo, succede anche che i film sovvenzionati vadano bene, ma succede molto più spesso che vadano male o che nemmeno arrivino nelle sale. «Cancellare interamente il finanziamento pubblico e investire tutto su potenti defiscalizzazioni, come fanno in America e Giappone, dove gli artisti sono pagati dieci volte tanto da sponsor privati che deducono queste spese dalle tasse» ha proposto ai microfoni di Radiotre il direttore dello Spettacolo dal Vivo (il capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali) Salvatore Nastasi. Ma nel pentolone del famigerato Fus, la torta di finanziamenti pubblici, la quota maggiore non è affatto quella per il cinema (circa 70 milioni di euro nel 2009), perché sono le Fondazioni liriche a succhiare la quota più grossa di soldi, 180 milioni per l’anno in corso. Tanti? Pochi? Mah. Certamente spesso male utilizzati. Innanzitutto il numero di Fondazioni liriche, ben 14, troppe - a detta di molti - e non sempre all’altezza.

Poi lo smisurato numero di dipendenti delle stesse, circa 6mila, in media 461 a testa. Una folla di lavoratori che assorbe il 70% delle risorse. Il principale problema del sistema è che le risorse vengono elargite non in base alla bravura (a chi fa spettacoli migliori), ma in base ad astrusi calcoli che in gran parte si riferiscono al pregresso. Sembra una barzelletta ma è così: più soldi hai preso in passato, più ne prenderai. Poi i teatri stabili (quelli statali) si aiutano tra loro a raggiungere i parametri che garantiscono la sovvenzione, ospitandosi a vicenda: tu mi prendi il mio spettacolo, io il tuo. Spesso con cachet e compensi monstre.

Al Teatro Stabile di Torino stava per andare in scena uno spettacolo di Peter Stein, 12 ore di recita, 900mila euro di spesa (pubblica). Poi il direttore del teatro ha bloccato tutto. Ma non perchè fossero troppi i 900mila euro, no, perché il grande regista aveva fatto lievitare i costi di altri 210mila euro. Oops... Alla fine è costato molto meno, 400mila euro. Sì, ma non è mai andato in scena.

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