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Un Colle inclinato a sinistra? Meglio affidarsi a Draghi

Draghi ha fatto due o tre cose che in questo Paese basterebbero per una statua e invece vengono archiviate con fastidio

Un Colle inclinato a sinistra? Meglio affidarsi a Draghi

C’è una cosa che mi diverte, e insieme mi preoccupa. La sinistra ha già deciso chi dovrà salire al Quirinale. Non oggi, non domani: adesso. Si muovono, si incontrano, fanno riunioni, come racconta Elisa Calessi su Libero, e mettono in fila i nomi come si fa con le carte già segnate. Del resto hanno un’abitudine consolidata: anche quando perdono le elezioni, il Presidente della Repubblica riescono quasi sempre a piazzarlo loro. È una specialità della casa. E quindi si portano avanti, cercano di vendere la loro mercanzia nobile e vetusta, convinti che anche stavolta il banco reggerà.

I nomi sono quelli che sappiamo: Giuliano Amato, 87 anni, sempre lì; Mario Monti, 83, sempre pronto; Dario Franceschini, democristiano eterno che non tramonta mai; Andrea Riccardi, Sant’Egidio, cioè una rete capace di mettere uomini nei posti giusti, in politica, nella Chiesa, nei giornali, ovunque serva. Gente che conosce i corridoi meglio delle strade.

Ora, l’analisi è seria, non improvvisata. Ma c’è un’assenza che grida. Non c’è Mario Draghi. E questa è la cosa più interessante.

Io lo scrissi già nel 2014, quando nessuno ci pensava: «Penso che sia l’unico italiano credibile agli occhi dei nostri partner internazionali... Non mi dispiacerebbe vederlo scendere dall’Eurotower di Francoforte sul Meno per salire sul colle più alto di Roma come presidente della Repubblica. Guardatevi un po’ in giro: chi meglio di lui?». Non era una battuta, era un giudizio. E non l’ho cambiato.

Draghi ha fatto due o tre cose che in questo Paese basterebbero per una statua e invece vengono archiviate con fastidio. Ha salvato l’euro quando stava per saltare, e non era un dettaglio. È stato messo alla guida della Banca centrale europea, cioè il sancta sanctorum di questa Unione un po’ finta costruita sul dio Euro, uno e quattrino, non perché fosse simpatico ma perché era il più solido. Negli ultimi tempi ha ricevuto riconoscimenti che contano davvero, non quelli da passerella: negli Stati Uniti gli hanno assegnato un premio legato alla politica economica applicata, quello intitolato a Paul Volcker, cioè a chi ha fatto funzionare davvero il sistema americano. Non il Nobel dei teorici, ma quello di chi risolve problemi veri.

Gli americani, che non regalano nulla, lo ascoltano e lo mettono al centro di consessi dove si decide il destino dei soldi e quindi del mondo.
E poi c’è il lavoro che sta facendo sull’Europa, quel rapporto sulla competitività da cui tutti bevono come a una fontana miracolosa, salvo poi non avere il coraggio di applicarlo. È il destino dei veri: vengono consultati, citati, celebrati. E poi ignorati.

Io ho avuto anche modo di conoscerlo. E qui mi permetto una nota personale che vale più di tante analisi.

Quand’ero direttore, mi chiamava sul cellulare per darmi qualche notizia, ma soprattutto per chiedermi cosa ne pensassi di certe cose. Non per cortesia: per capire. Io, che di economia capisco quello che capisce un salumiere che sa fare di conto, mi trovavo a parlare con uno che reggeva l’euro. Eppure ascoltava. Questo dice molto più di qualsiasi curriculum.

Allora torniamo alla domanda: perché la sinistra non lo mette nemmeno nel mazzo?

Perché Draghi non è uno dei loro. Non è gestibile, non è prevedibile, non è uno da corridoio. Non sta nel talamo comune dove si cresce insieme e si decide insieme. È uno che decide e poi, semmai, spiega.

E, soprattutto, è uno che non deve nulla a nessuno. Questo, per certi ambienti, è un difetto mortale.

C’è anche un’altra ragione.

Draghi è occidentale senza essere servo. È europeo senza essere succube. È uno che può stare con gli Stati Uniti senza inginocchiarsi, e con l’Europa senza farsi trascinare nel guazzabuglio di tecnocrazie inconcludenti. In un panorama europeo che, lo dico senza finezze, mi sta sui coglioni come poche altre cose al mondo, di Draghi, e solo di Draghi, mi fido.

Io penso questo: se davvero si vuole dare al Paese una figura che copra le spalle a chi governa, senza interferire ma senza neanche fare il controcanto, il nome – dopo la doppia positiva esperienza con Sergio Mattarella, di mai rinnegata provenienza catto-progressista - è uno solo. Giorgia Meloni, che considero l’unico leader emerso dopo Berlusconi, potrebbe lavorare meglio con un presidente così: non subordinato, non ostile, ma autorevole. E invece no. Si torna sempre lì, ai soliti noti, al catalogo delle certezze rassicuranti. È la paura del nuovo che si traveste da esperienza.

Per questo dico: non bruciamo il nome di Draghi.

Non mettiamolo nel tritacarne delle candidature premature. Tenetelo lì, alto, fuori dal mercato delle vacche. Perché quando arriverà il momento- e arriverà- bisognerà scegliere il migliore, non il più maneggevole. Guardatevi intorno. Poi ditemi: chi meglio di lui?

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