la stanza di Mario CerviChi lavora nel «privato» soffre più di chi lavora nel «pubblico»

I Documenti di economia e finanza (Def) hanno sempre omesso la programmazione delle risorse per le retribuzioni del pubblico impiego. Ma ora è tempo che il governo trovi le risorse per i contratti del pubblico impiego. Un ulteriore blocco dei contratti sarebbe inaccettabile. I pubblici dipendenti hanno già perso gran parte del loro potere d'acquisto, e ora il differenziale tra pubblico e privato non può essere più utilizzato come un'arma. È un'ingiustizia pretendere che i dipendenti pubblici, ai quali si sta ora chiedendo uno sforzo di modernizzazione, producano risultati mentre si impoveriscono e continuano a veder negate aspettative basilari come un rinnovo dei contratti.
Lido di Ostia (Roma)

Caro Pulimanti, dalla massa dei dipendenti pubblici si levano grida di dolore per la perdita di potere d'acquisto che anche loro, come tutti gli italiani, hanno subito. La protesta - che si traduce in scioperi più frequenti ormai nel «pubblico» che nel «privato» - è comprensibile e ragionevole. Ma a mio avviso i problemi di chi lavora al servizio dello Stato o di Regioni o di Province o di Comuni o altro, non sono nell'attuale emergenza economica una priorità. Sottoposti come ogni italiano all'erosione degli stipendi e dei salari, i «pubblici» hanno tuttavia un privilegio non esattamente quantificabile ma enorme. Non sono minacciati dalla perdita del lavoro. Le loro «aziende», anche se gestite nel peggiore dei modi da personale inefficiente (se non fossero pubbliche avrebbero da tempo dovuto portare i libri in Tribunale), sopravvivono. Ci fa tristezza la morìa di negozi nelle nostre città, ci angoscia il numero dei disoccupati. Ma le scrivanie burocratiche sono al sicuro, nonostante ogni spending review, dal rischio del fallimento e dei licenziamenti. Anche i «pubblici» soffrono. Ma i «privati» molto di più.

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