Lo Stato giusto per il futuro? Il regno d’un principe libertario

Re liberali se ne sono già visti. Larga parte dell’età moderna - da Guglielmo d’Orange in poi - è stata caratterizzata da sovrani che si resero disponibili a regnare senza governare, accettando i vincoli di un ordine costituzionale. Il volume del principe Hans-Adam II del Liechtenstein, Uno Stato per il terzo millennio (edito da IBL Libri, pagg. 250, euro 20) rinvia però a un altro liberalismo e per certi aspetti si muove in una direzione differente: anche perché non guarda in primo luogo al passato, ma si sforza di definire le istituzioni del futuro, seguendo una logica che alla fine si rivela assai più libertaria che liberaldemocratica.
Una delle ragioni di tutto questo sta nel fatto che la famiglia regnante del piccolo principato alpino possiede una società finanziaria importante, la LGT Bank. Hans-Adam II non è dunque solo un principe, ma anche un imprenditore, abituato a confrontarsi con le inefficenze degli apparati statali di larga parte d’Europa. Oltre a ciò, il Liechtenstein ha avuto successo grazie alla competizione tra governi: è cresciuto e ha garantito notevole prosperità offrendo una protezione a capitali che altrove, invece, sono esposti a una tassazione da rapina. Nel conseguire questo obiettivo, ha fatto concorrenza agli altri Stati operando come un attore di mercato.
Non è dunque sorprendente che questo testo includa proposte politiche radicali. Per il principe, ad esempio, il welfare State va superato. Soprattutto egli afferma che lo Stato sociale è ormai vicino al fallimento economico e morale, dato che «ha permesso all’oligarchia di Stato di avere una conoscenza dettagliata della vita privata dei sudditi, esigere più tasse, finanziare l’ulteriore crescita della burocrazia statale e costruire una montagna di debiti della quale saranno gravate anche le generazioni successive».
Che fare, allora, per voltare pagina? Secondo Hans-Adam II, è necessario ampliare l’area delle scelte individuali, riconducendo il settore pubblico alla funzione di erogatore di ben determinati servizi: soprattutto giustizia e protezione. Quasi tutto il resto va messo sul mercato, cominciando con il privatizzare il sistema pensionistico, così che ognuno possa costituire un proprio capitale personale da convertire in un vitalizio per l’età anziana. Quando poi una soluzione schiettamente privatistica non è politicamente percorribile, se proprio un welfare deve restare è meglio affidarlo ai comuni: attribuendo loro, ad esempio, il compito di aiutare i disoccupati. In quanto istituzioni più vicine agli interessati, possono gestire al meglio le risorse e ridurre gli sprechi.
La peculiarità di tale analisi è che solo in parte essa si colloca in ambito teorico. A più riprese, in effetti, il libro fa riferimento a soluzioni già adottate a Vaduz, così che le istituzioni del terzo millennio sono, per tanti aspetti, proprio lo sviluppo di quelle che Hans-Adam II ha iniziato a sperimentare nel proprio regno. Infatti egli ha fatto approvare dal popolo la nuova costituzione, che da un lato ha rafforzato il potere sovrano e dall’altro ha messo nero su bianco la possibilità - tramite referendum - di far decadere il reggente e anche di trasformare il principato in repubblica. Ancor più importante è il fatto che il testo costituzionale del 2003 garantisce a ognuno degli undici comuni del Liechtenstein il diritto di secedere.
Un po’ principe e un po’ uomo d’affari, Hans-Adam II - che da qualche anno ha lasciato al figlio la guida effettiva delle istituzioni - si muove dunque unendo la concretezza del finanziere e l’esperienza di chi è stato educato a essere un sovrano. Egli appare anche consapevole del fatto che la forza del Liechtenstein proviene dal suo essere una sopravvivenza medievale: ciò che resta di un mondo in cui il potere era disperso sul territorio e, di conseguenza, assai meno in condizione di tassare e regolare.
In questo libro, che di fatto chiede che si mandi in soffitta lo Stato moderno - dando spazio a governi concepiti in termini privatistici - e si sostituisca il caos dei sistemi rappresentativi con l’autentica libertà del mercato, l’autore non smette di parlare di Stato e democrazia. La mossa è di tipo retorico, perché egli continua a chiamare «Stato» un governo che nei fatti opera come un’impresa e a definire «democratico» un ordine politico che però riduce al minimo il dispotismo della maggioranza ed elimina l’arroganza delle caste.
Piccolo è bello, come sa chi conosce le minuscole istituzioni politiche dell’Europa. Con questo suo scritto, Hans-Adam II aiuta anche a comprenderne le ragioni.

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