È stato il simbolo degli anni del boom e dell'ottimismo. Un libro ne ripercorre la storia

Per il regista Jean Luc Godard, capofila della nouvelle vague francese, è stato «il prodotto migliore del cinema italiano», per un ex direttore del Museo d'Arte moderna di New York, «la dimostrazione di come si possa fondere il messaggio pubblicitario con l'arte». Per milioni di italiani, invece, Carosello è stato un inesauribile serbatoio di macchiette e di slogan rimasti nella memoria e spesso nel linguaggio. Ognuno ha il suo preferito: «Così bianco che più bianco non si può», «Basta la parola», «Wilma dammi la clava», «E che c'ho scritto Jo Condor?».

Si potrebbe continuare a lungo e non sempre è necessario avere una certa età per ricordarli: personaggi come Calimero il pulcino («Qui tutti ce l'hanno con me perché io sono piccolo e nero... è un'ingiustizia però»), hanno continuato a vivere ben oltre la fine di Carosello, ormai ben 43 anni fa.

La storia del programma pubblicitario più famoso d'Italia termina bruscamente il primo gennaio del 1977: nell'ultima puntata Raffaella Carrà brinda con uno «Stock 84» alla salute dei telespettatori. E la Stock, storica società triestina (oggi trasferita a Milano) produttrice di liquori, è stata anche la protagonista del primo «spot» trasmesso da una pionieristica Rai il 3 febbraio del 1957. In scena per l'occasione c'è il comico Macario che interpreta il surreale signor Veneranda, creatura dell'umorismo di Carletto Manzoni. Tra il 1957 e il 1977, tutte le sere intorno alle 21 va in onda sul primo canale, come ha scritto lo storico della tv Aldo Grasso, «un formidabile laboratorio di linguaggi, un'officina dove si potevano sperimentare soluzioni che la programmazione normale non era in grado di concepire». Secondo Grasso, «le invenzioni linguistiche di Carosello, le sue frizzanti sintesi narrative, i suoi ritmi discorsivi nascevano dal dover comprimere in pochi secondi messaggi convincenti, storie di senso compiuto, componimenti liricizzanti».

CREATIVITÀ E IPOCRISIA

I limiti temporali, le regole ferree a cui la Sacis, la società concessionaria della Rai, obbliga gli autori, che non possono per esempio citare nella scenetta iniziale il prodotto pubblicizzato, diventano dunque un supporto per la creatività anziché un ostacolo.

Il risultato è che della trasmissione si parla ancora. L'ultima occasione è la recente pubblicazione del libro di Vito Molinari «Carosello... e poi tutti a nanna», (Gammarò Edizioni): una sorta di enciclopedia dedicata al tema, che fa rivivere il mito inserendolo nel contesto dell'Italia e della tv di allora. L'autore (vedi anche l'intervista in queste pagine; ndr), 90 compiuti in novembre, di televisione se ne intende come pochi: il 3 gennaio del 1954 ha diretto la trasmissione inaugurale della Rai, è stato regista di spettacoli passati alla storia come «Un, due tre», protagonisti Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, o come la «Canzonissima» di Dario Fo e Franca Rame, conclusa con il ritiro dei due attori per gli interventi della censura. Quanto ai Caroselli Molinari ne ha diretti la bellezza di 500 sui 35mila trasmessi nel corso degli anni. «Carosello e le sue regole erano frutto di un compromesso», spiega Molinari. «Da una parte l'Italia del boom, quella delle nuove forze produttive emergenti, dall'altra quella della tradizione, della Chiesa, contraria al consumismo e alla reclame, come si chiamava allora».

Da qui l'ipocrisia della separazione netta e invalicabile tra la scenetta e la parte pubblicitaria vera e propria, che in termini narrativi è una sorta di appendice posticcia al racconto principale. «Ai pubblicitari la formula non è mai piaciuta: troppo dominante la parte dedicata allo spettacolo, troppo breve e quasi frettoloso il cosiddetto codino dedicato al prodotto». Per anni l'equilibrio tiene, poi le cose cambiano. «Il mercato si stava trasformando, stava diventando più moderno e dinamico. Aziende e pubblicitari erano sempre più insofferenti di fronte ai limiti posti dalla Rai», continua Molinari. «Anche il pubblico era cambiato: la tv pedagogica di Carosello aveva fatto il suo tempo».

Alla fine vincono le agenzie pubblicitarie americane, che chiedono spot brevi di 30/60 secondi e per i loro prodotti più internazionali vogliono uniformarsi agli standard mondiali, senza creare spot ad hoc per l'Italia. Finisce un piccolo mondo antico, che tutto sommato non ha troppe colpe. Ma Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti, non se ne accorge e così commenta la chiusura della trasmissione: «Non lo rimpiangeranno quanti ritengono che è tutt'altro compito di un'azienda praticamente di Stato, avallare per vent'anni, come servizio pubblico, una pubblicità quale Carosello, che più di altre rubriche, ha identificato l'essere col sembrare, il dovere col piacere, la felicità col possesso, il senso sociale col consumismo».

In realtà Carosello era un argine, che teneva in piedi perfino le ipocrisie linguistiche dell'Italia di un tempo, per esempio la regola che vietava anche solo di pronunciare certe parole. I problemi erano quotidiani: uno dei più noti umoristi italiani, Marcello Marchesi, venne incaricato di scrivere i testi per i confetti Falqui. I dirigenti Rai chiarirono subito che era proibito parlare di «purgante» o «lassativo». Marchesi, racconta nel suo libro Molinari, era disperato: «Che ci resta da dire? Solo la parola Falqui». E dalla necessità nacque lo slogan: «Basta la parola». Era la censura «buona», quella incaricata di proteggere educazione e buone maniere. E soprattutto di evitare ogni riferimento al sesso.

LA PAROLA PROIBITA

Buc il bucaniere era un fantasmino inventato da Bruno Bozzetto per le lavatrici Castor. Ma quel buco nella pancia, nonostante Bozzetto si sforzasse di spiegare che non c'era alcun doppio senso osceno, non lasciava tranquilli i dirigenti Rai. Così il personaggio, che pure aveva avuto successo, dovette farsi da parte. Anche i censori però avevano i loro limiti. E sopratutto non erano tenuti a conoscere i dialetti. Marco Biassoni, creò per i Pavesini la serie dei Cavalieri della Tavola Rotonda. C'erano Lancillotto e Re Artù. E anche Mago Merlino che a un certo punto esclamava: «Oh belin, un sei per otto, ma cos'è questo casotto?». La battuta passò, lo spot andò in onda. In fin dei conti la Rai non era, e non è, di Genova.