La stecca Letta e Burlando svuotano il Carlo Felice

L’appuntamento era per le 17.30, al Carlo Felice. E venti minuti più tardi Claudio Burlando era ancora nell’atrio del teatro, in disparte con i suoi fedelissimi, ad aspettare l’ospite d’onore, il vicesegretario Pd Enrico Letta. Facce buie, preoccupate, perché sopra la galleria è chiusa, la gente si siede in platea fino a metà e usa la tecnica dei cortei: ben distanziati l’uno dall’altro per fare sembrare la fila piena. Alla fine il ritardo del Vip è esagerato e sul Carlo Felice cala il buio. Voluto, per carità, perché il copione è tanto scenografico e teatrale da far arricciare il naso a molti compagni vecchia maniera. L’attore Ugo Dighero e la Banda Osiris fanno il loro mestiere e se la giocano con un estratto dal loro spettacolo «Italiani, Italieni, Italioti». Poi però arrivano Letta e la luce. Che illumina la platea, sempre la stessa. Nel frattempo saranno arrivate sì e no altre cento persone. Ma i vuoti restano incolmabili. E le parole di Claudio Burlando strappano gli applausi di circostanza. Tocca anche a Letta: «Il Partito Democratico con gli operai dei Fiat alle 5 del mattino, in mezzo alla gente nelle piazze o nei teatri stracolmi come qui a Genova. Berlusconi per un giorno intero sugli schermi delle televisioni. Ecco la differenza tra il premier e noi». La colonna sonora di chi parla di novità e di futuro è sempre, immancabilmente «O bella ciao» riarrangiata nell’ennesima versione che al vecchio compagno di cui sopra fa sempre lo stesso effetto. Ma solo il vice segretario del Pd compie il miracolo di riempire il Carlo Felice. Di parole.

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