C'è un'immagine che racconta più di mille comunicati: volontari che sventolano bandiere. Non atleti, non portabandiera scelti per merito o storia personale, ma figuranti chiamati a riempire un vuoto e a sopportare il peso di un vessillo che non è il loro e in alcuni casi potrebbe anche imbarazzarli. In un'edizione delle Paralimpiadi Invernali da record 655 atleti e 56 nazioni al via saranno proprio dei volontari a sfilare e a rappresentare tutti i Paesi partecipanti, nessuno escluso: dalla Russia alla Bielorussia, da Israele all'Iran, Stati oggi al centro delle tensioni geopolitiche globali.
È da qui che bisogna partire per capire il cortocircuito che avvolge la cerimonia di apertura all'Arena di Verona in programma domani sera alle 20. L'International Paralympic Committee (IPC) ha annunciato che non ci sarà la tradizionale sfilata dei portabandiera. Ufficialmente per ragioni logistiche: la città di Romeo e Giulietta è lontana dai campi gara di Milano, Cortina d'Ampezzo e Tesero, e il giorno dopo si compete. Una spiegazione organizzativa. L'Italia sfilerà con 20-25 atleti non impegnati il 7 marzo, stando alle comunicazioni ufficiali. La comunicazione arriva però dopo settimane di polemiche per la riammissione di Russia e Bielorussia con bandiera e inno. La scelta ha spinto nove Paesi tra cui Ucraina, Germania, Francia e Polonia ad annunciare il boicottaggio della cerimonia. Un segnale politico esplicito dentro un evento che si proclama apolitico. In questo contesto, sostenere che l'assenza dei portabandiera fosse «già prevista» suona strano. Anche perché l'IPC ha ammesso che le immagini degli atleti con le loro bandiere sono state comunque registrate e saranno trasmesse in tv. Se la sfilata era logisticamente impossibile, perché prepararla per la regia televisiva? Perché sostituire la presenza reale con una rappresentazione differita? La risposta più plausibile è che la cerimonia fosse diventata ingestibile. Con mezza Europa pronta a disertare e la presenza ufficiale di delegazioni sotto simboli politicamente sensibili, il rischio di un'arena spaccata fischi, assenze plateali, proteste silenziose era concreto. Affidare le bandiere ai volontari consente di abbassare la temperatura visiva e simbolica: non più atleti in carne e ossa a incarnare un Paese, ma rappresentanti neutri, intercambiabili, quasi astratti.
Una soluzione che evita il confronto diretto ma non scioglie il nodo. Il paradosso si accentua guardando a un'altra decisione dell'IPC: vietare agli ucraini una divisa con la mappa del proprio territorio nei confini riconosciuti a livello internazionale, Crimea e Donbass inclusi, in nome del divieto di messaggi politici o identitari. Una mappa nazionale rientrerebbe in questa categoria. Così, mentre si riabilitano inni e bandiere di Paesi coinvolti in conflitti e tensioni internazionali, si chiede ad altri di rinunciare a simboli considerati identitari.
E alla fine resterà quell'immagine iniziale: figuranti che sfilano portando le bandiere di tutti, in un equilibrio fragile tra rappresentanza formale e realtà geopolitica. Simboli che pesano molto più di quanto l'IPC sia disposto ad ammettere.