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Il razzo che cambia per sempre la storia del derby Roma-Lazio

Nel 1979 la fine assurda di Vincenzo Paparelli: mentre un uomo perdeva la vita, andava in scena la farsa di una partita giocata per forza

Il razzo che cambia per sempre la storia del derby Roma-Lazio

Sono le 13.15 di una domenica romana d’autunno del 1979, umida e grigia, di quelle che stringono la Capitale in una morsa di malinconia. All'Olimpico si gioca Roma-Lazio, un rito tribale e identitario. Sugli spalti, oltre sessantamila persone. In Curva Nord c’è Vincenzo Paparelli: 33 anni, meccanico di via Boccea, laziale per vocazione, seduto accanto alla moglie Vanda. Sgranocchia bruscolini in attesa del fischio d'inizio. Una scena di disarmante normalità popolare. Dovrebbe trattarsi soltanto di sport, di tifo e di sano sfottò, ma prima ancora che cominci le cose si mettono diversamente.

Dalla Curva Sud romanista, d’un tratto, parte un razzo. È il secondo di tre. Percorre 250 metri in traiettoria radente, attraversa l'intero stadio come un presagio di morte. È un ordigno da segnalazione marina, vietato ma venduto in barba a ogni legge. Colpisce Vincenzo in pieno volto, nell'occhio sinistro. Vanda si volta, vede il marito a terra in una pozza di sangue, si ustiona le mani tentando disperatamente di estrargli quel ferro incandescente. La corsa verso l'ospedale Santo Spirito è vana: Vincenzo arriva già morto.

In quel preciso istante il calcio italiano sprofonda nel buio. Eppure, con una scelta che grida ancora vendetta alla coscienza civile del Paese, le autorità decidono che lo spettacolo deve continuare. Per il terrore di incidenti di ordine pubblico e sommosse fuori dall'impianto, l'arbitro D'Elia fa iniziare la gara. È una farsa spettrale, un oltraggio al pudore e alla pietà.

Il capitano della Lazio, Wilson, cerca di dialogare con i tifosi inferociti. Ma si va avanti lo stesso. Si gioca in un clima surreale e angosciante. Per la cronaca sportiva – una cronaca che non ha più alcun senso – il derby finirà 1-1: apre le marcature Roberto Pruzzo per la Roma al 16', pareggia Vincenzo Zucchini per la Lazio nella ripresa. Ma in campo si agitano soltanto fantasmi. Nessuno esulta davvero, i giocatori corrono svuotati, mentre le curve si svuotano progressivamente e le sirene delle ambulanze lacerano l'aria. È il trionfo dell'ipocrisia delle istituzioni: si gioca malgrado un cadavere ancora caldo.

Chi ha sparato si chiama Giovanni Fiorillo, diciottenne, pittore edile disoccupato di Piazza Vittorio. Latitante per quattordici mesi, telefonerà più volte in lacrime al fratello di Vincenzo giurando di non aver voluto uccidere. Era uno dei tanti figli dei nostri anni di piombo, un'epoca in cui l'estetica della guerriglia armata tracimava sugli spalti. Quella mattina la polizia aveva sequestrato un camioncino zeppo di spranghe e una cinquantina di razzi. La violenza non era l'eccezione: era il sistema.

Da quel giorno l'Italia reagisce come fa sempre: legifera sull'onda dell'emozione e poi dimentica. Prima divieti ridicoli e miopi (via tamburi e bandiere), e solo nel 1989 la prima vera legge antiviolenza, seguita anni dopo dai Daspo e dai tornelli. Nel mezzo, un rosario di morti inaccettabili, dai roghi dei treni fino al brutale omicidio del genoano Vincenzo Spagnolo nel 1995.

Il destino, poi, sa essere di una crudeltà beffarda. Fiorillo, condannato a quasi sette anni per omicidio preterintenzionale, morirà per un male incurabile nel 1993. Aveva 33 anni, la stessa e identica età di Paparelli al momento dello schianto. La famiglia della vittima scorgerà da qualche parte la forza sovrumana del perdono, innalzando una grazia silenziosa contro la cecità degli ultras che per decenni imbratteranno i muri di Roma con la scritta infame «10, 100, 1000 Paparelli».

Oggi, il figlio Gabriele gira ancora con una bomboletta per cancellare quegli insulti: una commovente preghiera laica per difendere la dignità del padre.

Il 29 ottobre del 2001, ventidue anni dopo il tragico episodio, viene apposta una targa in ricordo di Vincenzo allo Stadio Olimpico: un monito da rileggere per sempre. Morire così, davvero, non si può.

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