La strana resurrezione di «salve», saluto stantio già ai tempi di Gozzano

La semplice domanda alla quale vorrei trovare una risposta è: da dove caspita nasce la mania di salutare con «salve»? Agli amici delle mie figlie, tutti abbondantemente sopra i vent’anni, che con me usano questo saluto rispondo dicendo loro che sarebbe meglio se trovassero il coraggio di dirmi «ciao», passando direttamente al tu, come ormai è uso fare, oppure di rivolgermi un bel «buongiorno» come buona creanza insegnerebbe. L’uso del «salve» non è comunque limitato ai giovani; anche ultracinquantenni come me lo usano in continuazione. Confido nel suo aiuto e saluto tutto «il Giornale» con amicizia.

È davvero sorprendente la resurrezione del detestabile «salve!», caro Cinquini, forma di saluto che in passato non ebbe mai popolarità, e anzi. Si può infatti dire che suo uso era limitato al vezzo che Guido Gozzano comprese nel celebre elenco delle «buone cose di pessimo gusto»: l’uso, fra la borghesia impiegatizia, di esporre davanti all’uscio di casa uno zerbino con la scritta «Salve». Nella «L’Amica di nonna Speranza», fra Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, i fiori in cornice, il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po’ scialbi, le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici, le noci di cocco, gli scrigni fatti di valve, Gozzano non dimentica di aggiungere, appunto, «gli oggetti con mònito “Salve”». Riservato agli zerbini e in piccole dosi alla liturgia («Salve o Regina, madre di misericordia... ») o all’enfasi poetica («Salve, Piemonte!» così il Carducci rendeva ossequio alla regione ove, come sa bene chi ha frequentato la scuola dell’obbligo, sulle dentate e scintillanti vette salta il camoscio e tuona la valanga), il «salve» ebbe quindi vita stenta fino a quando, si parla di una quindicina d’anni fa, irruppe al galoppo nel linguaggio giovanile e giovanilistico. Forse perché è forma di saluto breve, che costa meno fatica pronunciare - sappiamo che i giovani nei quali la Nazione ripone le proprie speranze di luminoso progresso soffrono di pigrizia lessicale. Basta leggere un loro Sms che ti vengono le vertigini - che non gli elaborati «buongiorno» e «arrivederci». Quel che stupisce, è che «salve» ha finito per scalzare l’ancor più svelto «ciao», ritenuto dalle nuove generazioni forse troppo confidenziale e dunque non sempre adatto alla circostanza. A un professore vien male dirgli «Ciao, prof!», ma va liscio come l’olio un bel «Salve, prof!». È proprio grazie a questa sua natura tuttofare, disimpegnata, che il «salve» ha finito per imporsi come forma di saluto standard tra i giovani, i giovanilisti (quarantenni, cinquantenni che se la tirano da giovani) e i call center. Quante volte, chiamando un numero verde abbiamo subìto il «Salve! Sono Katia» seguito dall’immancabile e beota «in che cosa posso esserle utile», calco della espressione americana «How can I help you?» che ha finito per sbaragliare l’equivalente nostrano «Desidera?». Triturato dall’abuso o meglio dalla meccanicità d’uso, ha perso anche il ricordo della sua finalità, essere cioè espressione di cortesia e di attenzione rivolta, non fosse che per un istante, a colui o colei che si saluta. È diventata una cosa buttata là, incolore e insapore: un pezzo di plastica verbale usa e getta. Per questo è diventata popolare in un certo mondo: perché presuppone l’assenza di un sentimento, di un minimo di partecipazione. Ragione che a sua volta ce l’ha resa esecrabile. A chi mi saluta con un salve io rispondo: «Te e tua nonna». Così, tanto per tener vivo il dibattito.

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