C'è una parola che più di altre descrive la reazione al finale di Stranger Things: sfinimento. Non scandalo e neppure vera delusione. Stanchezza. La sensazione di aver assistito (alle quattro di mattina, ora italiana) all'ennesimo atto di una liturgia prevedibile, in cui una grande narrazione pop viene ricondotta, all'ultimo miglio, a un messaggio corretto, allineato, rassicurante per chi lo produce ma ormai insensato per chi lo guarda.
Stranger Things, pur tra mille difetti, dai buchi della sceneggiatura alla recitazione approssimativa, aveva la forza di qualche grande storia di Stephen King, ad esempio l'apocalittico The Stand. Di stagione in stagione, il Male si era esteso fino a diventare una cosmogonia. Per carità, non è il caso di scomodare Lovecraft, però era uno sviluppo credibile, anche perché, come nei classici del fantasy orrorifico, non tutto era spiegato. Il citazionismo, soprattutto dagli anni Ottanta, era una strizzata d'occhio accettabile e funzionale agli eventi. Stranger Things dunque era diventato un fenomeno capace di tenere insieme padri e figli. Fruizione in streaming, su Netflix, e dettagli vintage per far contenti sia i boomer sia i millenials.
Ci hanno pensato le ultime due puntate della saga a far cascare tutto come un castello di carte. Nella penultima, veniamo a sapere che Will, uno dei giovani protagonisti, è omosessuale. I mostri si sono nutriti della sua paura di non essere accettato per creare un universo parallelo dominato dalla malvagità.
Il nodo non è la rivelazione dell'omosessualità di Will, fatto che non interessa a nessuno, né agli altri personaggi né allo spettatore. Il nodo è l'idea che l'origine del Male, l'architettura stessa dell'incubo che minaccia il mondo, venga fatta derivare dai timori (per giunta ingiustificati) di Will. Una scelta di sceneggiatura che non amplia il senso della storia, lo restringe. Un orrore cosmico viene ridotto a metafora psicologica, come se Lovecraft fosse stato riscritto da uno qualsiasi degli opinionisti politicamente corretti.
Per cinque anni Stranger Things ha funzionato perché giocava su un'ambiguità fertile: il trauma infantile come crepa, non come causa; il dolore come eco di un'altra dimensione, non come motore unico dell'azione. Il Sottosopra non era spiegabile, e proprio per questo faceva paura.
Il finale di stagione, invece, spiega tutto. E quando una serie horror sente il bisogno di spiegarsi, ha già perso.
Il pubblico lo ha percepito immediatamente, basta guardare le reazioni nei social network. Non perché il pubblico sia "omofobo", come una certa critica pavloviana ha subito suggerito, ma perché chiunque vede che la forzatura narrativa è perdente, sembra appiccicata con lo sputo. È il problema strutturale del contenuto a tesi: non nasce dalla storia, le viene sovrapposto. E quando accade, la storia collassa sotto il peso del suo stesso messaggio.
Questo meccanismo ha dominato l'industria culturale dell'ultimo decennio. Un periodo in cui l'adesione a un certo vocabolario morale non era opzionale ma obbligatoria, soprattutto per i prodotti mainstream e soprattutto per quelli delle piattaforme come Netflix. Personaggi, conflitti, mondi narrativi dovevano convergere, prima o poi, verso una lezione di educazione civica politicamente corretta. Non disturbante. Non ambigua. Sicura.
Nel frattempo il contesto è cambiato. Dopo Donald Trump, dopo la pandemia, dopo guerre che non hanno nulla di simbolico, il pubblico è meno disposto a farsi accompagnare per mano. Il mondo reale è tornato a essere brutale, incoerente, tragico. E la fiction che continua a semplificare appare improvvisamente fuori sincrono.
Non è un caso che, nello stesso momento di Stranger Things, Netflix porti in cima alle classifiche Mortality, l'ultimo speciale di Ricky Gervais, re della comicità british. Uno spettacolo che fa l'opposto di Stranger Things: non consola, non educa. Ride della morte, dell'identità, della fragilità umana.
Gervais non propone un'ideologia alternativa. Propone una cosa oggi rarissima: libertà d'espressione in purezza. Non pretende di essere "dalla parte giusta della storia", ma dalla parte della realtà, che è spesso contraddittoria e crudele. E il pubblico, evidentemente, lo riconosce.
Questo non significa che i temi identitari siano finiti. Significa che è finita la loro automatica "inclusione" nella trama. Il pubblico non rifiuta le storie che parlano di identità, rifiuta i prodotti che sembrano esistere solo per parlare di quello. Vuole essere coinvolto, non istruito. Provocato, non addestrato.
Il caso Stranger Things è emblematico perché chiude simbolicamente un'epoca: quella in cui bastava inserire il messaggio giusto per sentirsi al riparo dalle
critiche. Oggi non è sufficiente. E forse è un bene. La cultura non è nata per assecondare il potere culturale del suo tempo, ma per metterlo in crisi. Quando smette di farlo, smette semplicemente di essere interessante.