Il Sud America di Oliver Stone non è così nemico degli States

VeneziaQuando i giornalisti non fanno più il loro lavoro, lo fanno i registi. Come giornalista, Oliver Stone vale ormai più che come regista. Ma è quest’ultima professione che lo rende ineguagliato nella prima. Chi lo riceverebbe se non avesse degli Oscar, ma dei Pulitzer, come premi sulla scrivania?
Dopo Persona non grata, Comandante! e Looking for Fidel, ecco dunque il brio di South of Border («A sud del confine»), presentato ieri fuori concorso alla Mostra di Venezia, con una favorevolissima accoglienza, specie quando Stone, nell’incontro a La Paz col presidente boliviano Evo Morales, comincia a masticare con lui foglie di coca. È anche un bravo attore...
Il gusto della provocazione accomuna dunque Stone (oggi la sua conferenza stampa) a Michael Moore nel fare cinema indipendente, accettando il rischio che questo documentario, come i precedenti, non sia distribuito negli Stati Uniti. Se, a questa Mostra, Moore in Capitalism flagella l’eredità economica del reaganismo-bushismo, Stone punta sulla sua deriva politica internazionale, capovolgendo i postulati estremisti (male/bene) di tv come la Fox e la Cnn. Entra nel «cortile di casa», l’America latina, e intervista, oltre a Morales, il presidente venezuelano Hugo Chavez (oggi a Venezia); il presidente brasiliano Lula da Silva; la presidentessa argentina Cristina Kirchner e il marito, ex presidente, Nestor Kirchner; il presidente cubano, Raùl Castro; il presidente ecuadoriano, Rafael Correa; il presidente paraguaiano, Fernando Lugo.
Sono i politici che hanno potuto imporsi democraticamente dall’11 settembre 2001, quando gli Stati Uniti hanno rivolto l'attenzione altrove. Prima tutti loro avrebbero già fatto la fine del boliviano Villaroel, del guatemalteco Arbenz, dell'argentino Peròn, del brasiliano Quadros, del cileno Allende, eletti dal popolo e abbattuti dai militari sostenuti da Washington. Anche Allende - come le Torri Gemelle su cui Stone ha firmato il film World Trade Center, passato per la Mostra - cadde un 11 settembre: quello del 1973.
L’assenza del piagnisteo e la voglia di divertirsi di Stone differenzia South of Border da Capitalism. Tanto Moore è il «nostro indignato speciale», malvestito e anarcoide, tanto Stone è elegante e compito, eredità della buona famiglia (il padre era agente di Borsa, si veda il suo film Wall Street), ma anche del servizio militare che lui fece, da volontario, nel Vietnam fra 1967 e 1968 (si veda Platoon). Così si spiega il momento più intenso del film, quando Chavéz porta Stone dove fallì il suo colpo di Stato, nel 1992, quando lui era solo un generale dei paracadutisti: «Qui sono caduti i miei uomini. Io li porto sempre nel cuore». E Stone: «Da militare, la capisco».
Stone ha uno stile di destra e idee di sinistra, un po’ come François Mitterrand, se si vuol essere sbrigativi. Se si vuole esser analitici, ormai la sua posizione coincide con quella di Clint Eastwood. Entrambi sono partiti da un cinema iper-violento, ma Eastwood in quota conservatori e Stone in quota progressisti. Oggi entrambi rispettano gli ex nemici degli Stati Uniti e i suoi presunti nemici odierni. Non li considerano banditi, caso mai rivali. Se Stone cerca col suo cinema di impedire nuovi conflitti, Eastwood vuol chiudere i vecchi: coi giapponesi (Lettere da Iwo-Jima) e coi cinesi per la guerra di Corea (Gran Torino).
Ciò che fanno ha analogie con quello che fa Bertrand Tavernier (Laissez-passer) per gli strascichi dell’occupazione della Francia fra 1940 e 1944 e che fanno vari registi cinesi, ispirati dal loro governo, per le guerre civili che hanno lacerato la loro patria nel ’900.
Se l’archetipo cinese (di Pechino) è stato un capolavoro come Hero di Zhang Yimou, Leone d’oro nel 1999, un esempio di ora è Il principe delle lacrime diretto da Yonfan, presentato in questa Mostra, che ha raccontato gli eccidi di sospetti comunisti nella Taiwan del 1950-54, durante la guerra di Corea, dunque, ma senza proporre un permanente tribunale penale affiancato da uno della memoria. Proponendo invece la pacificazione in nome dell’ancora incompiuta unità nazionale cinese. E si badi: Yonfan è figlio di cinesi esuli a Taiwan, è stato educato negli Stati Uniti e lavora a Hong Kong...

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