«Il suo segreto? Innocenza ed erotismo»

Caterina Caselli, qual è l’eredità di Michael Jackson?
«È l’eredità di un talento strepitoso che ha saputo mescolare innocenza ed erotismo, cartoon e voyeurismo».
Adesso lo chiamano l’Obama del pop.
«Sì, può essere che abbia intercettato, anche involontariamente, il cambiamento epocale, il superamento delle ultime barriere razziali. Sa, agli artisti spesso succede questo: loro sentono le cose prima che accadano, hanno una sensibilità fuori dal comune».
Una sensibilità che spesso si ritorce contro.
«Senz’altro a Jackson è mancata l’infanzia. Si legge che suo padre già a 5 anni gli impose di esibirsi sul palco».
E da quel momento lui non ha più smesso.
«È ovvio che questo gli abbia impedito di imparare a creare quei rapporti paritari con i coetanei che poi insegnano a vivere il resto della vita».
Negli anni Settanta, giovanissimo, era già una star. Negli Ottanta è diventato superstar.
«Ha anche avuto la fortuna di incontrare un maestro come Quincy Jones, che lo ha aiutato a preparare Thriller. Con quel disco, favoloso come produzione e composizione, il mondo africano musicale è entrato nella musica leggera addolcendosi, smussando gli angoli più aspri. Un capolavoro. Grazie a quelle canzoni, lui è diventato un fenomeno planetario e trasversale, una proposta across, capace di scavalcare i continenti e le età».
E si è trasformato in un simbolo.
«Nel vederlo, con quei capelli, con quelle movenze, con quella energia, il pubblico, anche il più eterogeneo, ne è rimasto affascinato. E ha iniziato a seguirlo ovunque».
Si vede oggi come reagiscono i fan.
«Commovente».
Con Thriller c’è stata la sua consacrazione mondiale. Ma da lì è anche iniziata la tragedia.
«Il successo è un impostore, accidenti se lo è. E Michael Jackson era un bambino che non ha mai potuto diventare uomo. Ma poi c’è un altro aspetto da considerare».
Quale?
«Probabilmente è stato gestito molto male».
Lei l’ha mai conosciuto?
«No, l’ho incontrato qualche anno fa ai Brit Awards di Londra, dove avevo accompagnato Andrea Bocelli (che si guadagnò una standing ovation). Jackson arrivò in scena con Liz Taylor. Non gli ho mai parlato ma avremmo potuto incontrarci tanti anni prima».
Racconti.
«In occasione di un concerto dei Jackson 5 a New York, nel 1984, suo fratello Jermaine mi chiese una cortesia. Io allora lavoravo in Cgd e i Jackson 5 volevano invitare l’ingegner Enzo Ferrari allo show. “Non è un uomo, è una leggenda” mi scrisse Jermaine. I Jackson 5 misero a disposizione tutta l’ospitalità possibile e promisero di occuparsi anche della sicurezza».


E Ferrari?
«Mi disse, con quel suo famoso accento: “Gli spieghi che io alla sera voglio andare a dormire nel mio letto”. E così non se ne fece nulla».
Ricordi di un’epoca che si è chiusa.
«Artisticamente e, soprattutto, umanamente, mi dispiace com’è finita».

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