Super Zaia, l’onda leghista trionfa in Veneto

Vittoria annunciata ma dalle dimensioni sorprendenti: il Carroccio
ottiene il 36% delle preferenze e guida la coalizione oltre la soglia
del 60%. Doppiato il centrosinistra, Udc non oltre il 6%. Il
neogovernatore: "E ora avanti col federalismo"

nostro inviato a Treviso

Il trionfo della Lega in Veneto sta tutto in tre cifre: il 60 per cento dei voti al nuovo governatore Luca Zaia, il 36 per cento di preferenze al Carroccio e le 1000 bottiglie di prosecco tenute al fresco per festeggiare. Al quartier generale dei padani non hanno mai avuto dubbi, l’unica incertezza riguardava il peso della vittoria. Non lo dicono, ma l’asticella era proprio al 60 per cento, anche se tutta questa messe di voti non farà scattare il premio di maggioranza per il centrodestra nel nuovo consiglio regionale veneto, perché la maggioranza è già lautamente garantita. Ed è sancita la grande avanzata della Lega, primo partito in regione con un secco 10 per cento di vantaggio su un Pdl incerottato.

È il Carroccio-day. Che però Zaia festeggia a modo suo, senza esagerare. Al comitato elettorale si fa vedere dopo le sette di sera accompagnato dalla moglie Raffaella, niente toni roboanti, grande fair play con gli alleati del Pdl (che escono malconci dalle urne, forse i più bastonati dagli elettori), parole misurate e tutte dedicate ad annunciare «la stagione delle riforme federaliste». L’opposto, tanto per dirne una, dello «sceriffo» Giancarlo Gentilini, che ancora ieri ha ripetuto il suo «vangelo»: «Un partito deve avere un solo capo, e il capo deve avere due attributi così. Il Pdl ha perso per le troppe lotte intestine e un capo che non ha gli attributi». Il capo, a scanso di equivoci, sarebbe Silvio Berlusconi.

C’è tutto il suo mondo a festeggiare Zaia: lo stato maggiore della Lega di Treviso (ma non delle altre province) e uno stuolo di amici che hanno preparato festeggiamenti trionfali. Lui, nonostante il curriculum (assessore nella giunta veneta, vicepresidente della Regione, ministro delle Politiche agricole in carica ma prossimo, come ha annunciato, ad abbandonare l’incarico), fa professione di modestia. Non infierisce sugli sconfitti e non si esalta troppo per un successo che comunque è storico.

Risultato scontato. Il rivale sulla carta più agguerrito, cioè Giuseppe «Bepi» Bortolussi, leader degli artigiani di Mestre e assessore al commercio a Venezia nella giunta di Massimo Cacciari nonché apprezzato collezionista di opere di design contemporaneo (custodite a spese del comune di Padova), ha fatto una campagna elettorale in scioltezza, sapeva che avrebbe perso e si è speso l’indispensabile. Ieri ha definito l’avanzata leghista un’«onda anomala» che ora «apre a una possibilità finora inedita, cioè al dialogo tra Pd e Pdl». Al confronto dell’ondata leghista, quella del Pd è una risacca da bassa marea: Bortolussi non raggiunge nemmeno il 30 per cento dei consensi.

L’Udc di Antonio de Poli, portavoce nazionale del partito di Pier Ferdinando Casini e pure lui ex assessore, in una giunta di Giancarlo Galan, si è arenato al sei per cento. Voleva fare l’ago della bilancia, è finito schiacciato dal peso leghista. Il doge Galan può andare orgoglioso del suo vivaio, ha allevato gente pronta a subentrargli. Ieri pomeriggio ha telefonato a Zaia facendogli i complimenti, una chiamata «cordiale e amichevole» dopo mesi di tensione. Un passaggio di consegne che per il Veneto, e non solo, segnerà una svolta epocale. Perché Zaia è il primo governatore con il fazzolettino verde nel taschino della giacca e perché lo è diventato umiliando il Pdl. «Con questo voto finisce il bipolarismo - dice Zaia - anche se nulla cambia nel rapporto con gli alleati».

Il nuovo governatore, 42 anni compiuti sabato con una telefonata di incoraggiamento di Silvio Berlusconi, ha detto poche parole a caldo. «Non siamo abituati a commentare finché i dati non sono certificati, ma oggi il flusso di voti è un fiume in piena. Rappresenterò tutta la coalizione, ma soprattutto mi assumerò in pieno la responsabilità che i veneti mi hanno affidato: prima l’amministrazione e poi la rivoluzione». Parola grossa, che Zaia spiega come «riforma in senso autonomista e federalista. La Lega riconosce la Costituzione italiana, ne contesta la gestione centralista fatta da Roma e ora imprimerà una svolta. Il bilancio della regione Veneto è pari a 10 miliardi e 600 milioni di euro, il 95 per cento è spesa già vincolata. O Roma si decide a lasciarci gran parte dei 12 miliardi di tasse locali che giriamo ogni anno allo Stato, altrimenti si va a fondo».

Federalismo, autonomia, ma non secessione: «A noi va bene tutto quello che è autonomia negoziata con lo stato centrale, come in Catalogna o in Baviera - chiarisce il neoeletto governatore -. Il 60 per cento dei veneti mi ha votato perché vuole cominciare questa strada. Io sarò garante che questo percorso possa cominciare il prima possibile».

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