Cultura e Spettacoli

Il supercollezionista che non amava l’arte status symbol

È morto nella notte di venerdì a Milano il conte Giuseppe Panza di Biumo. Panza aveva 87 anni. La camera ardente verrà allestita al primo piano di Villa Panza di Varese, donata al Fai nel 1996 dal grande collezionista lombardo. La sala sarà aperta al pubblico dalle 10 alle 19. I funerali si terranno invece martedì 27 aprile, alle 11, nella Chiesa di San Giorgio a Biumo Superiore (Varese).

N on era solo un collezionista il conte Giuseppe Panza di Biumo, scomparso ieri a Milano a 87 anni. Un assiduo conoscitore, lo si potrebbe definire per l’autentico «dilettantismo» da appassionato che ha messo nelle sue scelte. E, soprattutto, uno dei pochi almeno in Italia, ad aver perseguito un gusto rigoroso senza mai cedere alle mode o alle tendenze obbligatorie.
La prima opera la comprò nel 1955 dal gallerista milanese Guido Le Noci: era un quadro astratto di Atanasio Soldati, lo pagò la bellezza di centomila lire. Poi vennero i Fautrier, Kline, Rothko, da noi quasi sconosciuti. La svolta avvenne poco più tardi, in seguito ai frequenti viaggi di Panza a New York e ai contatti con gli ambienti dell’avanguardia. Da allora il conte diventa sinonimo di Minimalismo, dai grandi maestri come Donald Judd e Dan Flavin ai numerosi minori (troppi: indubitabile segnale che anche un’arte così rigorosa ed essenziale può diventare maniera). Legata a doppio filo con gli anni Settanta, questa corrente fu la vera ossessione di Panza, che ebbe il merito di contestualizzarla negli ambienti settecenteschi della sua villa museo a Biumo, vicino Varese, rinunciando così all’ideologia del cubo bianco delle gallerie contemporanee.
Proprio la casa si pone come la grande opera, il vero specchio del suo proprietario. Ci sono i neon, le strutture in legno smaltato, i quadri. Ma Panza trovò modo di farvi convivere le altre sue passioni: arte africana e precolombiana, mobili toscani rococò, affreschi d’epoca. Polemico e battagliero, il Conte entrò più volte in rotta di collisione con la burocrazia italiana e con il «sistema della notifica» che impedisce la libera circolazione delle opere d’arte impoverendo così il mercato italiano. Nonostante il non facile iter delle donazioni, insieme alla moglie Giovanna e ai cinque figli, è riuscito a distribuire alcune migliaia di pezzi straordinari del suo imponente magazzino tra New York, Los Angeles e Lugano.
Villa Panza resta il mito inarrivabile del collezionismo italiano. Donata al Fai nel 1996, la dimora è stata riaperta nel 2000 dopo il restauro. Fondamentale che anche il pubblico potesse godere e imparare dall’opera: per questo Panza detestava l’arte come status symbol e moda (disse infatti: «Finché l’arte rimane in una casa serve a poco»). Al feticcio contemporaneo anteponeva sempre la sostanza tangibile, segno di uno stile sobrio ed elegante, seppur a tratti manierato. E delle fondazioni di oggi, super cool e super trendy, avrebbe fatto volentieri a meno.

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