Tasse alle stelle: ormai paghiamo il 55% di quanto l’Italia produce

nostro inviato a Cernobbio

Un 2012 da incubo. Dal punto di vista macroeconomico l’anno in corso si annuncia come «uno dei momenti peggiori della storia economica italiana». Secondo i dati dell’Ufficio Studi di Confcommercio, è atteso un calo del pil dell’1,3%, «un salto indietro al 1999», mentre i consumi torneranno ai «livelli del 1998» con un calo del 2,7% su base annua. Anche la pressione fiscale è destinata a superare il 45% del pil, ma - eliminando la quota di sommerso - coloro che sono in regola col fisco si troveranno a pagare tasse per il 55% di quanto prodotto. L’Italia sarà «maglia nera a livello mondiale» conseguendo un poco invidiabile record negativo di imposizione tributaria.
Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, dal consueto Forum di Cernobbio, non lancia allarmi, ma si limita alla descrizione di un futuro ormai molto prossimo. «Senza crescita e occupazione si fanno impervi tanto la sostenibilità quanto il consolidamento dei processi di risanamento finanziario», ha sottolineato evidenziando un’urgenza: «disinnescare la mina del programmato aumento dell’Iva». Continuando a caricare l’asino delle imprese con le tasse, si rischierà di farlo stramazzare. «Se dopo il triennio 2011-2013 non ci saranno cambiamenti, si rischia che i sacrifici siano per sempre», è l’unico avvertimento al premier Monti, soprattutto in prospettiva dell’adozione del fiscal compact comunitario.
Ecco perché il numero uno di piazza Belli non si dilunga né in denunce né in politicismi ma passa subito a enunciare alcuni semplici rimedi. A partire dagli investimenti in infrastrutture per «abbattere i circa 40 miliardi di euro che pesano sull’Italia per le inefficienze del sistema logistico». E soprattutto «una revisione profonda della spesa pubblica» destinando parte del recupero dell’evasione fiscale alla riduzione delle imposte. Solo un accenno all’articolo 18 che poi diventerà il vero protagonista dei dibattiti del pomeriggio con i segretari di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, e con l’ex ministro Sacconi. Una «soluzione equilibrata», ha commentato Sangalli rimarcando che per le Pmi del commercio non è una questione così dirimente come l’aver evitato l’aumento dei contributi sul lavoro stagionale.
Però in un momento storico nel quale le imprese, soprattutto Confindustria, sembrano aver imboccato la strada del «montismo» senza se e senza ma, Confcommercio aspetta ancora una sorta di «fase 2» per esprimere un giudizio compiuto. «Il piacevole declino dello spread ci fa dire che il governo ha imboccato la strada salva-Italia, però non si vede ancora la luce alla fine del tunnel», la conclusione.
E lo stesso clima, fondamentalmente si respira tra i partecipanti al convegno. «La pressione fiscale penalizza chi si comporta correttamente, mentre il governo sembra un po' lontano dalla realtà in quanto non si concentra sugli sprechi della spesa pubblica», osserva Antonio Colombo del direttivo Confcommercio di Monza e Brianza. Ancor più determinato il presidente di Ascom Padova, Fernando Zilio. «Alle banche non interessa nulla delle nostre imprese, gli incentivi se li becca Confindustria che rappresenta le imprese che delocalizzano e a noi commercianti niente», sottolinea auspicando che dopo l’intermezzo montiano non si torni «ai soliti balletti tra Bossi, Alfano, Bersani e Casini, altrimenti questa volta prendiamo veramente i forconi».
Lo stesso vale per Paolo Uggè, presidente della Federazione autotrasportatori italiani. «C’è una grossa riduzione delle merci trasportate e ora aumenta il prezzo del gasolio per autotrazione per sostenere lo sviluppo delle ferrovie, un settore ancora poco liberalizzato», osserva. Meglio «rivedere il sistema degli aiuti alle imprese premiando quelle che investono in Italia».

L’articolo 18? «È solo un problema di bandiere», commenta Camillo De Berardinis, presidente dell’Associazione nazionale cooperative dettaglianti, che ha una priorità: «Ridurre la spesa pubblica, anche dimettendo beni dello Stato che sono gestiti male».

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