Se pensiamo a Corrado D'Elia, attore, regista e drammaturgo pluripremiato, lo ricordiamo al Teatro Libero da lui fondato nel 1998 e diretto fino al 2015, poi nelle sale delle Manifatture Teatrali Milanesi MTM e al Franco Parenti. Fino al 17 maggio è al Leonardo con il nuovo spettacolo Canzoni, la vita. Il pubblico ascolterà i brani senza musica e vedrà i testi recitati.
Dunque dimentichiamo le note?
«Questo spettacolo nasce dal pensiero che la vita si lascia spesso ricordare più dalle canzoni che dai fatti. Ma non è per la melodia, che si dimentica. Ciò che resta sempre, alla fine, sono le parole».
Come sono collegate le varie canzoni, esiste una drammaturgia?
«Sì, ma non è una storia lineare. Non c'è un personaggio che parte da un punto e arriva in un altro. C'è un movimento interiore. Una sorta di diario scenico, fatto di affioramenti. Che a volte nascono da un ricordo personale, a volte da una riflessione, a volte da una necessità inconsapevole. Non commento le canzoni. Come nella memoria: una cosa chiama l'altra, un'immagine apre una porta, una canzone fa tornare un volto. Porto gli spettatori in un luogo intimo e pubblico insieme. In quella zona in cui ciò che è mio smette di essere soltanto mio. Perché tutti abbiamo una canzone che ci ha salvato, una che non riusciamo più ad ascoltare, una che ci riporta a qualcuno, una che ci sorprende ancora».
Senza melodia che differenza c'è tra una canzone e una poesia?
«Credo che la differenza stia nel loro destino. Una poesia nasce già sola. Nasce per stare in piedi sulle proprie gambe, sulla pagina o nella voce. Ha il silenzio attorno, lo pretende quasi. La canzone, invece, nasce con un corpo doppio: parola e musica. Nasce per essere portata, sostenuta, a volte perfino protetta dalla melodia. Ma quando togli la musica a una canzone succede qualcosa di molto interessante. Alcune crollano. Restano senza respiro, senza struttura. Altre no. Restano lì, nude, vive. E allora scopri che dentro avevano una forza teatrale e letteraria, che forse la musica aveva reso più immediata, ma anche più nascosta. La poesia chiede ascolto fin dall'inizio. La canzone spesso ci entra dentro senza chiedere permesso. Ci raggiunge in macchina, in una stanza, in un'estate, in un amore che comincia o finisce. La poesia la cerchiamo. La canzone, molte volte, ci trova».
Il pubblico le riconoscerà anche senza musica?
«Non interessa se sono riconosciute. Non è un gioco anche se molte canzoni, com'è naturale, saranno riconoscibili. Sono brani che fanno parte della nostra educazione sentimentale, della nostra memoria collettiva. Appena dici certe parole, qualcosa si accende. Però il punto non è riconoscerle. Il punto è riascoltarle. Vorrei che lo spettatore sentisse quelle parole come dette adesso, lì, davanti a lui. Come si dice una confessione, un ricordo, o una promessa».
«Bella senz'anima» di Cocciante è una canzone che si presta alla drammaturgia?
«Sì, ha una struttura drammatica fortissima. Ci sono il personaggio, l'interlocutore, la ferita, l'accusa e la resa dei conti. È quasi una scena già scritta. Però in questo momento non è nello spettacolo».
Quali canzoni, dunque, e di quali epoche?
«È un viaggio fra varie epoche ma importa mostrare una cosa: ciò che resiste. Ho seguito una geografia emotiva. Ho scelto i brani che mi riguardavano e mi riguardano. Molti appartengono a un tempo in cui la canzone d'autore aveva un rapporto molto forte con la parola. Un tempo in cui si poteva essere popolari senza rinunciare alla complessità. Non voglio dire che prima era meglio'. Mi interessa capire perché certe parole restano».
Che dire della musica dei talent? Vuole bussare alle coscienze di chi porta i giovani a cercare lì il proprio futuro musicale?
«Ogni tempo ha avuto canzoni bellissime e canzoni deboli. Ogni epoca ha prodotto verità e consumo, profondità e superficie. Questo spettacolo, se bussa a una coscienza, bussa prima di tutto alla mia.
Mi chiede: che cosa resta delle parole quando togli tutto il resto? Che cosa stiamo dicendo davvero? Che responsabilità abbiamo verso ciò che pronunciamo? E forse sì, indirettamente, è anche un invito ai giovani: non abbiate fretta di essere riconosciuti. Abbiate fame di essere veri».