Tel Aviv sotto choc per la strage dei gay

La polizia israeliana ha setacciato l’intera città, ieri, alla ricerca dell’assassino. La comunità gay di Tel Aviv ha marciato nelle strade per ricordare i due giovani morti. Sabato sera un uomo incappucciato è entrato nei locali di un’associazione omosessuale per giovani. Ha tirato fuori una pistola e ha sparato sui presenti, uccidendo due ragazzi - Nir Katz, 26 anni e Liz Trobishi, 16 anni - e ferendo almeno dieci persone. La polizia ha subito parlato d’atto d’origine «criminale», per escludere ogni tipo d’azione terroristica a sfondo nazionalista, cui il Paese è tristemente abituato a causa del conflitto israelo-palestinese.
Israele e soprattutto Tel Aviv si sono svegliate domenica sotto choc alla notizia di un crimine inedito in una città celebre per la sua tolleranza, il suo pluralismo, in cui la comunità gay è integrata. In Israele ci sono ufficiali omosessuali ai vertici dell’esercito, deputati dichiaratamente gay alla Knesset, il Parlamento. La città costiera è il simbolo di questa integrazione, con i suoi bar e locali per omosessuali, con la colorata marcia del gay pride che si tiene ogni anno senza polemiche, con l’attività di molte associazioni.
La violenza di sabato, di cui in realtà non si conoscono ancora esecutore e cause ma per tutti i mass-media israeliani ha origini anti-gay, lascia sconcertati gli abitanti della città. Adir Steiner, storico attivista della comunità omosessuale cittadina, ha spiegato al sito del quotidiano Yedioth Ahronoth che l’assassino ha voluto far scoppiare «l’idillica bolla di Tel Aviv», portando alla collisione due aspetti antitetici della stessa società. Sono soltanto 60 i chilometri che separano la costa da Gerusalemme, la Città Santa delle tre religioni. Qui la marcia annuale del gay pride crea dibattiti e scontri; qui i vertici delle tre fedi sono uniti nell’opporsi alla manifestazione; qui la comunità gay non è integrata. Nel 2005, durante la parata, un religioso ultra-ortodosso pugnalò tre manifestanti. Da Gerusalemme, un deputato del partito religioso Shas dichiarò che i terremoti sono punizione divina per l’attività omosessuale nel Paese. Ma oggi Shas si unisce al coro di condanne arrivate da ogni parte. Condannano il Rabbinato centrale; il primo ministro Benjamin Netanyahu; il presidente Shimon Peres; il capo dell’opposizione Tzipi Livni...
«Nessuno se l’aspettava a Tel Aviv - spiega al Giornale Shmuel Gonen, attivista omosessuale - è un caso isolato. È sempre stata un luogo gay-friendly, anche se al suo interno esistono realtà meno tolleranti. Ma Tel Aviv non tornerà indietro, anche se questo crimine, che io personalmente ritengo rivolto alla comunità, nonostante non ci siano ancora le prove, ci ricorda che l’odio è qualcosa con cui dobbiamo sempre fare i conti, perfino nelle città più tolleranti: Tel Aviv, New York, Amsterdam». Gonen, come altri attivisti del Paese, crede che la sparatoria abbia origine nell’atmosfera d’intolleranza creata da alcune frange più oltranziste della società. Per Mike Hamel, capo dell’Agudah, associazione gay israeliana, ci sono «elementi conservatori, non soltanto religiosi, che creano un clima di odio. La comunità russofona per esempio è molto omofobica».
Per la comunità gay della città mediterranea che si vanta d’essere aperta a tutti, la violenza di sabato sera è un chiaro messaggio: «Vivevamo nell’illusione che tutto andasse bene, almeno a Tel Aviv - dice Hamel -. Ma Tel Aviv ora non sembra così diversa dal resto del Paese. C’è una superficie luccicante, ma in realtà anche qui viviamo in un clima di paura».

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