Le toghe scendono in piazza per difendere il loro stipendio

RomaI magistrati vogliono arrestare la manovra. Al grido di «Noi no, i sacrifici non li facciamo», scendono sul piede di guerra, annunciando di voler gettare sabbia nel già incriccato ingranaggio della giustizia. Ieri il sindacato delle toghe s’è presentato a Palazzo Chigi per protestare con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e per ribadire che loro, di tirare la cinghia, non ci pensano proprio. «Fino a questo momento, per senso di responsabilità, avevamo congelato ogni iniziativa ma ora convocheremo il comitato direttivo e siamo pronti allo sciopero e anche ad altre forme di protesta alternative allo sciopero», ha minacciato il presidente dell’Anm Luca Palamara. Braccia conserte e anche il cosiddetto «sciopero bianco»: i magistrati, cioè, si atterranno rigorosamente alle loro funzioni senza svolgere alcuna delle attività di supplenza di cui si fanno carico abitualmente per le carenze di organico del personale amministrativo. Spazi di trattativa non paiono esserci anche se Letta ha assicurato loro che «rappresenterà le loro questioni in tutte le sedi istituzionali». Una promessa che non è riuscita a scongiurare le barricate delle toghe, che gridano allo scandalo, a tagli «incostituzionali» che minano la loro indipendenza.
La rivolta della magistratura è partita perché la manovra tocca, in qualità di dipendenti pubblici, anche i loro stipendi: blocco dei contratti per le categorie contrattualizzate e stop agli scatti di anzianità per quelle non contrattualizzate. Questo soltanto per gli anni 2011-2012. Si tratterebbe, cioè, di congelare per un po’ le buste paga allo stato attuale. Sia mai, neppure se la Corte dei conti ha quantificato in 5,3 miliardi di euro il risparmio della spesa corrente in tre anni per tutta la Pubblica amministrazione. Niente da fare: per i magistrati questi interventi sono «gravi ingiustizie e irrazionali perché incidono pesantemente sulle nostre retribuzioni, in particolare sue quelle dei più giovani». La frenata più decisa alla corsa in su degli stipendi, tuttavia, va rilevata per le toghe della Corte dei conti e per quelle del Consiglio di Stato dove le indennità sono più alte.
Il mancato aumento di stipendio ha provocato la levata di scudi della categoria sebbene un recente studio del Consiglio d’Europa abbia messo nero su bianco che i magistrati italiani sono una vera e propria casta: rispetto ai loro colleghi europei, infatti, lavorano meno, sono in di più e guadagnano meglio. In Italia ci sono 1.292 tribunali contro i 595 inglesi e i 773 francesi. Ogni 100mila abitanti la Francia ha 11,9 giudici, la Spagna 10,1, la Gran Bretagna 0,7, l’Italia 13,7. In Italia ogni toga ha 4,2 addetti mentre la Germania ne ha 2,9. Spese: nel 2006 abbiamo speso 4 miliardi 88 milioni di euro e rotti; la Francia 3 miliardi 350milioni, la Spagna 2 miliardi 983 milioni e passa, l’Olanda un miliardo e mezzo circa. Salario medio di giudici e pubblici ministeri: gli italiani, con 122.278 euro, stanno meglio degli spagnoli (115.498 euro), dei francesi (105.317 euro) e dei tedeschi (86.478 euro).
Dati, questi, che ha ben presente la parlamentare del Pdl Jole Santelli, secondo cui «i magistrati dovrebbero spiegare agli italiani perché, in un periodo di crisi in cui tutti accettano di fare sacrifici, solo loro dovrebbero essere esentati. Come i parlamentari e i dirigenti dello Stato fanno parte dei privilegiati». Sulla stessa linea Daniele Capezzone: «È grave che, per ragioni corporative, l’Anm scelga una linea che appare di vera e propria difesa di una condizione privilegiata, anziché contribuire con qualche sacrificio (comunque limitato, e in ogni caso commisurato a trattamenti economici importanti) a un momento delicato per l’Italia».

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