Tonino ci denuncia ma non fa esposti sugli scoop di Bari

Milano Due inchieste parallele, aperte a tambur battente su input di Antonio Di Pietro per identificare e incriminare chi ha sollevato il velo di silenzio sulla condanna per molestie dell’ex direttore di Avvenire Dino Boffo. A dodici giorni dallo scoop del Giornale e a pochi giorni dagli esposti presentati dal leader dell’Italia dei valori, le Procure di Monza e di Terni aprono ciascuna un fascicolo a carico di ignoti per il reato di accesso abusivo a sistema informatico: due inchieste che aprono ufficialmente la caccia alla «gola profonda» ma per ora non hanno nel mirino il Giornale e il suo diritto a pubblicare la notizia.
L’esposto di Di Pietro, in realtà, ipotizzava due possibili reati diversi: la violazione degli archivi o la falsificazione in atto pubblico. Detto in soldoni: o il certificato penale di Boffo - sosteneva Di Pietro - è vero, allora chi lo ha estratto dai «cervelloni» della Procura di Terni ha compiuto un reato, oppure è stato costruito a tavolino, e allora chi lo ha confezionato ha commesso il reato di falso. Ma la Procura di Monza ha iscritto il fascicolo solo per il primo reato. Una scelta inevitabile dopo che gli atti ufficialmente resi noti dalla magistratura in seguito all’esclusiva del Giornale hanno confermato che la condanna c’è stata. Quindi il certificato è vero. E quindi l’unico tema reale dell’indagine aperta dalle due procure resta la caccia allo sconosciuto intrufolatosi nei computer che custodiscono gli archivi dell’ufficio giudiziario umbro.
«D’altronde - spiega al Giornale Antonio Di Pietro - il mio esposto non riguardava affatto la legittimità della pubblicazione. Quelle carte circolavano da mesi, ed era inevitabile che prima o poi qualcuno le avrebbe pubblicate. Alla magistratura io ho chiesto invece di capire cosa sia successo prima, quando per giochi di potere interni alla Chiesa o per qualunque altro motivo qualcuno ha messo le mani negli archivi giudiziari e ne ha tirato fuori quel documento». Ma perché, se nel mirino non c’è il Giornale, la denuncia di Di Pietro è stata presentata anche a Monza, cioè al tribunale competente sulla tipografia dove si stampa il quotidiano? «Semplicemente - risponde Di Pietro - perché fin quando non si determina in altri modi dove è stato commesso il reato, la competenza è nel luogo dove si è appreso per la prima volta della sua esistenza».
Inchieste aperte, dunque: anche se solo ai primi passi, e con le immaginabili difficoltà di andare a ricostruire accessi informatici avvenuti - secondo la tesi dello stesso denunciante - molti mesi fa. Ma resta e salta all’occhio la disparità di trattamento tra scoop e scoop. Il Giornale pubblica i documenti di una sentenza passata in giudicato, Di Pietro fa l’esposto e parte quasi immediatamente un’indagine, anzi ne partono due. Mentre ieri il Corriere della Sera (come pure più succintamente La Stampa) pubblica i verbali d’interrogatorio di Giampaolo Tarantini, l’indagato numero uno dell’indagine - ancora in fase preliminare - di Bari su escort, droga, appalti sanitari e politica, e nessuno grida alla violazione del segreto istruttorio.
Perché Di Pietro non fa un esposto anche contro la fuga di notizie barese? «È chiaro - risponde il presidente dell’Idv - che anche la pubblicazione di questi verbali sul Corriere è un episodio che solleva degli interrogativi e chiede delle spiegazioni. Perché delle due l’una: o quei verbali di interrogatorio erano stati segretati, e allora la loro divulgazione costituisce due reati in una volta sola, prima c’è la violazione del segreto d’ufficio da parte del pubblico ufficiale che li ha messi in circolazione e poi c’è la pubblicazione di atto coperto dal segreto commessa dal quotidiano che li ha resi noti. Oppure...».
Oppure? «Oppure la Procura di Bari non ha ritenuto, mentre sta compiendo una indagine di tale delicatezza sul piano istituzionale, di segretare i verbali fino alla fine dell’inchiesta. E sarebbe interessante che la Procura spiegasse il perché». Ma di esposti per il «caso Bari» per adesso Di Pietro non ne fa.