Totò, Campanile, Chiari Geni allegri oltre l'ideologia

Sono i nostri principi della risata vera, pura, ben diversa dalla satira e dall'umorismo "corretto"

Il fatto che i francesi abbiano scelto come «grande consolatore» nel tempo del Covid-19 Louis de Funès, più di 50 milioni a vedere in tv i suoi film, ci riconcilia un po' con i nostri cugini d'oltralpe. Oramai da troppi anni, infatti, la loro tendenza a prendersi troppo sul serio aveva assunto un che di patologico, complici anche gli ultimi presidenti della Repubblica, Sarkozy che pensava di essere uno statista, Hollande che si illudeva di essere un socialista, Macron che si crede la reincarnazione di Luigi XIV...

Se si guarda però con più attenzione alle date, ovvero al tempo passato in cui i francesi ridevano su sé stessi con De Funès senza vergognarsene, come invece in seguito sarebbe accaduto, si vedrà che stiamo parlando degli anni Sessanta, quando cioè c'era un'altra Francia, strettamente collegata a quella che l'aveva preceduta, completamente diversa da quella che sarebbe venuta dopo, modernizzatrice, cosmopolita, globalista e tecnologica, finanziaria e tecnocratica, iperliberista nel suo fastidio di legami sociali, tutele sociali, rispetto delle tradizioni, delle abitudini e dei costumi, in breve quella Francia che la pandemia ha raso al suolo, mettendone in evidenza fragilità e supponenza, mancanza di visione e inadeguatezza quanto a classe dirigente.

Più in particolare, e spostando il discorso sull'Italia, ciò che in quello stesso arco di tempo si è verificato è stato lo slittamento progressivo dall'umorismo alla cosiddetta satira politica, ovvero pedagogica, all'idea cioè che si dovesse irridere e non semplicemente ridere, che dietro al riso dovesse esserci un messaggio, che la risata non fosse cioè liberatrice, ma dovesse essere educatrice. Altrimenti era qualunquismo, era solleticare i bassi istinti plebei, reazionaria perché priva di scopi etico-politico-sociali. Risultato, abbiamo smesso di ridere e siamo passati a insultarci.

Sere fa Pupi Avati, nelle estemporanee quanto felici vesti di direttore per un giorno della Rai, ha avuto la felice idea di ripresentare in televisione Il Sarchiapone di Walter Chiari, che per un ventenne, ma credo anche un quarantenne di oggi, era un oggetto sconosciuto, e lo straordinario successo che ne ha celebrato il ritorno sul piccolo schermo aiuta a capire il discorso che stiamo facendo: allora ridevamo così e nulla ci vieterebbe di poter continuare a ridere così se la smettessimo di considerare la comicità allo stato puro come un qualcosa di orribile perché priva di connotati ideologici, ma l'accettassimo per ciò che è, un'arte in sé che, in quanto tale, non contempla né sopporta spiegazioni.

Al successo del Sarchiapone ha fatto seguito la riproposizione nelle piattaforme streaming di un altro celebre sketch di Chiari, Imitazione di Hitler, in un tedesco inventato che anticipava di un ventennio il grammelot di Dario Fo, e di due testi di Achille Campanile, recitati magistralmente da Eros Pagni, Acqua minerale e La quercia del Tasso. Soffermiamoci un attimo su quest'ultimo. Dunque, sul Gianicolo, a Roma, una lapide ricorda l'antico tronco d'albero sotto cui l'autore di La Gerusalemme liberata andava a sedersi. Ma, spiega placido Campanile, in passato «c'era un'altra quercia che ospitava un animaletto del genere dei plantigradi, un tasso, insomma, e i tassi albergavano anche nella quercia di Torquato Tasso. Inoltre c'era anche una poverina con un occhio storto, dedita al poeta e chiamata quindi la guercia del Tasso, che però aveva anche lei la sua quercia di riferimento... Ricapitolando, c'era la quercia della guercia del Tasso; mentre quella del Tasso era detta la quercia del Tasso della guercia. Qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso. Poi, sapete come è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia e, quando lui si metteva sotto l'albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia. Ora, voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi. Viveva. E lo chiamavano il tasso della quercia della guercia del Tasso. Mentre l'albero era detto la quercia del tasso della guercia del Tasso e lei la guercia del Tasso della quercia del tasso»...

Ora, se non si ride qui, comicità allo stato puro, appunto, occorrerebbe un ricovero d'urgenza, ma non ci sorprenderemmo se nell'Italia di oggi un'associazione di vedenti da un occhio solo insorgesse contro Campanile perché irride al «guercio» invece di compiangerne la sorte, la disabilità-diversità sotto il cui nome si nascondono tutti coloro che gridano al delitto di lesa maestà contro le minoranze incolpevoli e ghettizzate. È la cosiddetta polizia del linguaggio che non tollera l'ironia perché non è corretta, non mira al miglioramento dell'essere umano, non è in linea con l'idea della bontà e dell'eguaglianza universale.

Fra Achille Campanile e Walter Chiari c'era un filo comune che nel salto delle generazioni, il primo era nato a inizio Novecento, il secondo un quarto di secolo dopo, ha unito comunque lo spirito di una nazione, la nostra, fino a quella fatidica data prima ricordata, più o meno la fine dei Sessanta, quando quel filo è stato tagliato, ovvero è andato perso, e, come è accaduto in Francia, un'altra Italia si è palesata, con un tasso ideologico ancora più forte rispetto ai cugini transalpini, il terrorismo politico dei Settanta che loro non hanno avuto, e il riflusso post-ideologico cristallizzatosi poi in quel moralismo sussiegoso quanto manettaro da cui non siamo più usciti, «Libertà-tatata», «intercettateci tutti», «vaffaday», «spazza-corrotti» etcetera.

Quel filo poi tagliato e/o andato perso teneva insieme figure diverse, ma accomunate dalla stessa arte del ridere, Vittorio Metz e Carlo Manzoni, Marcello Marchesi e Ennio Flaiano, Guareschi e Mosca, Peppino De Filippo e Totò, sceneggiatori, attori e scrittori felicemente liberi dal retropensiero di cosa ci dovesse essere dietro la risata, l'idea cioè che si dovesse ridere in nome di una palingenesi etico-politica. Quei nomi, e molti altri, l'elenco sarebbe troppo lungo, scomparvero, vennero messi in quarantena, vennero passati con l'acido prussico della cosiddetta satira politica in un Paese che si popolava di «opposti estremismi», di «centri sociali», di «nemici del popolo» da abbattere, di manifesti e petizioni di intellettuali sempre disposti sulla carta a soffrire con la «schiuma della terra», a patto però che quella schiuma non gli inzuppasse il tappeto del salotto da cui pontificavano. Da allora è stata una tracimazione continua, un Paese alla deriva in cui la fine della Prima Repubblica, più o meno in concomitanza con la fine del comunismo in Urss, accentuava il moralismo riverniciato a nuovo dell'antica «diversità» di una sinistra che dietro la «questione morale» nascondeva ora il disastro politico-ideologico che l'aveva travolta. La strada era stata spianata dalla vera, nuova ideologia che intanto ne era andata prendendo il posto, i giornali satirici nel frattempo cresciuti dentro il pachiderma-Pci, ormai mummificatosi e su cui si sarebbe poi abbattuto il Muro di Berlino, i Cuore, i Tango, ovvero l'idea che la politica fosse solo il dileggio e il cazzeggio, lo sputtanamento dell'avversario, l'insopportabile complesso di superiorità per cui tutti gli altri erano merda...

È anche per questo che per trovare i «grandi consolatori» dobbiamo risalire così indietro nel tempo, come la Francia ha fatto con il piccolo-grande Louis de Funès. Ed è anche per questo che ancora oggi dobbiamo dire grazie a Walter Chiari, che di quell'Italia scomparsa degli anni Cinquanta e Sessanta fu il principe gentile, generoso, colto, amato dalle donne, funambolo lunare, sgangherato, inarrestabile. Incolpevole, lo sbatterono in carcere nel 1970, vittima del tritacarne di un Paese senza: senza istituzioni, senza giustizia, senza linea politica, senza grandezza né dignità, l'Italia di oggi in pratica, a dimostrazione che sotto questo versante non è cambiato niente. Si fece tre mesi di carcere e tre anni di purgatorio... Quando tutto finì, si ritrovò cinquantenne in un'Italia che ormai non gli piaceva più. È morto che non aveva neppure settant'anni, una vigilia di Natale, gli occhiali sul naso, la testa appena reclinata, seduto in poltrona. L'epitaffio più bello lo dettò allora il figlio Simone: «Per me è in tournée, forse in Australia». Per noi resta il nostro genio allegro, principe della risata.

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