«Tremonti bond»: banche alla resa dei conti

BIVIO Profumo e Passera decideranno sul ricorso ai fondi pubblici nei consigli del 29 settembre

«Tremonti bond»: banche alla resa dei conti

Forse il recente boom borsistico delle banche si è retto, in parte, su un equivoco. Ovvero che in fin dei conti la grande crisi finanziaria fosse passata senza lasciare grosse tracce. Le banche italiane - si pensava - se la sono cavata da sole, e i «Tremonti bond», gli aiuti di Stato che inizialmente dovevano essere lo strumento di sostegno del sistema creditizio, piano piano sono «scesi» nella scala delle priorità delle banche: una «polizza d’assicurazione» li definì l’ad di Intesa Corrado Passera. C’è anche la possibilità che i due maggiori istituti italiani (Intesa e Unicredit) non ricorreranno ai Tremonti bond, ma la rinuncia non sarà comunque gratis. E il ribasso generalizzato subito ieri in Borsa dai titoli bancari sembra riflettere il fatto che il mercato se ne sta progressivamente rendendo conto.
Il campanello d’allarme l’ha suonato Unicredit: Piazza Cordusio non ha commentato le voci circolate nei giorni scorsi su una possibile nuova operazione di capitalizzazione, ma ammette che qualcosa è in movimento: stiamo «studiando tutte le possibili opzioni perché gli organi societari possano prendere una decisione informata relativamente alla scelta degli strumenti più idonei volti al rafforzamento dei coefficienti patrimoniali», spiega la banca. Tenendo presente che Alessandro Profumo, a differenza di Corrado Passera, non ha grossi asset da mettere sul mercato, il campo delle opzioni per il «rafforzamento dei coefficienti patrimoniali» si restringe. Ci sarà dunque materia di discussione nel comitato strategico di Unicredit, che si riunisce oggi, in vista del cda del 29 che dovrà prendere la decisione definitiva su aiuti di Stato o misure alternative. Ecco, potrebbe non trattarsi di un aumento di capitale, ma le alternative avranno probabilmente un costo, come lo ebbe, un anno fa, il congelamento del dividendo cash. Tra l’altro l’Austria (dove risiede una delle principali controllate di Unicredit) mette le cose in chiaro: sostegno sì (con strumenti simili ai Tremonti bond), ma solo se anche governo italiano e Unicredit faranno la loro parte: come a dire, senza Tremonti bond non arrivano neanche egli aiuti di Vienna.
Combinazione, il 29 settembre si riunisce anche il Consiglio di gestione di Intesa, sulla stessa materia: «Temi di capitale» come ha confermato Passera, ovvero: Tremonti bond sì o Tremonti bond no. E se «no», allora cosa. Passera sottolinea anche che Tremonti bond ed eventuale cessione di Fideuram sono due cose «totalmente scollegate». Ma parlò anche dei Tremonti bond come di «un ponte verso le cessioni».
Possibile che Fideuram non verrà ceduta prima del 29, i tempi stringono, ma una rapida soluzione della trattativa (magari facendo qualche concessione al compratore, la Exor degli Agnelli) potrebbe altrettanto rapidamente mettere in condizione la banca di rimborsare l’eventuale prestito pubblico.
Dall’altra parte c’è invece la Popolare di Milano che proprio ieri ha terminato l’iter col ministero per i Tremonti bond: 500 milioni la taglia dell’emissione, con il coefficiente «Core Tier 1» destinato a salire dal 6,22% di giungo al 7,65%. Bpm è il secondo istituto italiano, dopo il Banco Popolare, a prenotare i Tremonti bond; altri seguiranno a breve, visto che il termine ultimo per l’emissione è il 31 dicembre (tempi tecnici compresi). Ma è chiaro che le due maggiori banche del Paese stanno facendo di tutto per evitarli. Certo, c’è la questione del costo, ma come abbiamo visto strumenti alternativi (di pari «peso» in termini di rafforzamento patrimoniale) in fondo non sono così a buon mercato, che il costo venga sostenuto dall’istituto o dai suoi azionisti. Aggirare i Tremonti bond consente alle banche di mantenere, anche nei prossimi mesi di forte stretta creditizia, la loro autonomia su tutti i fronti, da quello strategico a quello degli affidamenti, evitando i possibili condizionamenti della mano pubblica.

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