Tyson: "Leggo Tolstoj e Machiavelli"

L’ex campione del mondo: "Erano
le mie letture in carcere, ma il fiorentino mi è piaciuto di più". Non
si riconosce in ciò che è stato: "Mi sono odiato tanto. Ero il peggior
avversario di me stesso"

Milano - Chiambretti sembrava uno dei tanti. Sì, uno dei tanti che poi sarebbero stati stesi. Tutti le stesse facce, gli stessi rituali, quel perfido filo di freddo che traversava la schiena. Serio, pensieroso, un poco irrigidito. Si è scaldato sul palcoscenico con un punching ball, in guantoni e smoking. Sì, anche gli avversari di Tyson ci provavano con l’abbigliamento eccentrico. E spesso erano quelli che duravano pochi secondi. Allora Iron Mike, alias King Kong, era un giaguaro. Feroce e senza testa. Oggi un gattone da salotto che parla di Tolstoj e Machiavelli. «Sarà una partita a scacchi», ha raccontato Chiambretti al suo pubblico, prima di cominciare in quell’atmosfera da night che a Tyson sarebbe calzata a pennello (questa sera a mezzanotte su Italia1). Ha capito tutto. La boxe è (con la «e» fortemente accentata) una partita a scacchi. «Applaudite molto, mi raccomando, state dalla mia parte. Pensate a me e alla mia famiglia». Diceva col sorriso furbetto. «È buono come il pane», gli suggeriva uno dei suoi attori. «Ma io non vorrei essere il suo salame», ribatteva, forse pensando a quell’orecchio di Holyfield risputato sul ring. Il dubbio correva sotto lo smoking. Già, Tyson anche oggi va preso così. Come quei tigrotti che qualche svitato si porta appresso al guinzaglio. E tutti a dirgli: «Carino, delizioso, tenero... Ma è legato bene?».

Tyson lo ha detto alla fine: «Business is business». Dunque era legato bene. Va in giro a raccogliere fondi («Ho figli e una moglie non proprio soddisfatta di me»), senza il cappello in mano, ma con la schiena storta. Storta, non curva. Storta, come chi si aspetta che da un momento all’altro gli arrivi una bastonata sul collo. Il collo di Iron Mike è ancora un tronchetto di quercia. Quando era campione sembrava un palo dell’elettricità. La schiena conosce il sapore delle botte. E comunque stia seduto (ha provato la poltrona di Chiambretti, uno sgabello nel ring tenuto in piedi dai ballerini dello show, infine una sedia davanti a scrivania e lampada negli occhi) Tyson tiene sempre quella posizione: l’interrogato davanti a un poliziotto, un commissario, un giudice. Pronto a sentir sibilare la botta in testa. Quello stare storto è il miglior modo per assorbire il colpo. Eppoi una confessione continua. «Non mi riconosco nel vecchio Tyson. Da bambino, a scuola ero pessimo. Pensavo che istruirsi non servisse per conquistare il mondo. Ma ai miei figli ho dato un insegnamento e uno stile di vita diverso. Cerco soprattutto il loro rispetto. Ho perso una figlia e conosco la paura: un ricordo che mi fa paura».

Ora si può credergli oppure no, però questo Tyson somiglia al ragazzino dalla vocina sottile, che allevava piccioni. Tornato all’origine (dipende da chi sono i piccioni) o quasi. «Sono stato in un riformatorio giovanile, ero un ladruncolo. E un giorno venne Alì a trovarci. Volevo diventare come lui. Sono stato bravo a credere sempre di potercela fare. Ma un pugile deve privarsi dei lussi della vita, se vuole diventare grande. Uno ricco dalla nascita non ce la potrà fare mai». Spicchi di vita, qualcuno con salsa in ovvietà. Ma poi ti sorprende quando comincia a parlare di cose e personaggi che sono più grandi di lui. «In carcere ho letto Tolstoj e Machiavelli». Finita lì? No. «Machiavelli mi è piaciuto di più, anche se ho trovato disgustoso il suo modo di pensare la politica, che poi rispecchia quello di oggi. Viviamo seguendo Machiavelli, Machiavelli ha vinto, ma Tolstoj ci ha parlato di come liberare l’uomo, del come ribellarsi al governo».

Chiambretti gli dice: Se incontri Bin Laden lo prendi a pugni? E lui: «Non lo conosco. Bisognerebbe chiedere a Bush e Obama, cosa farebbero? Se lo incontrassi io sarei svantaggiato, perché non capisco quello che succede nella vita: gli ebrei bruciati da Hitler, il dramma del Medio Oriente... È tutto irrazionale». Tyson fra l’altro è musulmano ed era cattolico. Come spiegare l’11 settembre? Un’idea, forse. «Non possiamo saperlo né io, né te. Ce lo devono spiegare i politici. L’Islam non è quello dell’11 settembre, l’Islam insegna ad amare le creature di Allah. L’Islam non è Bin Laden, come Buscetta non rappresenta tutti gli italiani». Preparate le domande e preparate le risposte? Boh! Sarebbe una baracconata. E tale non sembra.
Mike sorprende. Anche le donne per la tenerezza. «Ma è dolcissimo, non quel bruto che dicono», senti sussurrare dalla sedia accanto. Ne ha avute così tante, anche per mogli, che non tutte possono essere state attratte solo dal suo X-factor. C’era del tenero. Anche nel modo di conquistarle. Iron Mike sembra Maradona («un caro amico», ti pareva!) quando non è sotto effetto droga. Lucido e arguto. Racconta dei suoi tatuaggi. «Ho quello di Mao. Non sono comunista, ma rispetto il coraggio di un comunista». Eppoi quello di Che Guevara. «L’ho ammirato perché ha sfidato la repressione. Quando parliamo di dittatori, cerchiamo di distinguere: volevano combattere i mostri, ma alla fine i mostri sono diventati loro. Sono le circostanze che rendono cattive le persone». Tyson ne sa qualcosa. «Mi chiamavano King Kong ed era un onore: volevo essere feroce. Ero un altro. Sono stato il peggior avversario di me stesso. Vorrei sapere perché mi sono odiato così tanto? Ho capito che il successo è altro: guardarsi allo specchio ed essere soddisfatto dell’uomo che vedi».

Sghignazza sonoramente davanti un filmato di Holyfield che balla. Chiambretti gli mostra un foglio, c’è disegnato un orecchione. «No, non è quello di Evander», ribatte, ridendosela. «È l’orecchio di un bianco abbronzato». Batte le mani al ricordo di Carlos Monzon, un altro maledetto del ring. Pierino gli parla del suo «amico» Berlusconi. «Ti regalò un orologio». «No, veramente era un dipinto molto bello». E con Pier Silvio? «Chi? Dudi?». Gaffe. Suvvia adesso è The boss. Chiambretti lo riprende. «No, non si dice Dudi. È Pier Silvio». «Allora eravamo ragazzi, adesso è grande». Invece Silvio… «Una persona gentile e generosa. Non mi piace l’abbiano colpito in faccia, ora ci penserà la legge». Conosce la legge e il brutto dei colpi in faccia. Ricordi quella volta che andasti a terra con Douglas? «Sì, ero giù e mi dissi: mi alzo e gli faccio un culo quadro». Non fu così. Rimase a terra. E da allora c’è capitato sempre più spesso. Problemi di donne. Anche. Al night di Chiambretti ce n’erano per tutti i gusti: bellone e bellissime. Sempre tenute a debita distanza. Tyson occhieggiava con sguardo dell’intenditore. Ma gliene hanno fatto avvicinare solo una e nel finale: una trasudante «signora Maionchi» da night club, travestita da coniglietta. Non sai mai che la tigre avesse il guinzaglio allentato.

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