Uccise 14mila persone, 35 anni al boia dei Khmer rossi

«Neanche mezza giornata di carcere per ogni persona uccisa». Questo, affidato a un forum online, uno dei commenti più amari che i cambogiani hanno dato della condanna a 35 anni inflitta ieri a Kaing Guek Eav, alias «il compagno Duch», ex direttore del centro di detenzione S-21 dove tra il ’75 e il ’79 oltre 14mila persone vennero arrestate, torturate e uccise. Quella di ieri è stata la prima condanna del tribunale speciale istituito dallo stato cambogiano a un gerarca degli Khmer rossi; una condanna arrivata oltre tre decenni dopo la fine del regime che causò, sotto la guida di Pol Pot (il sanguinario leader comunista morto nel 1998) oltre 1,7 milioni di morti. Tenendo conto del periodo già trascorso in cella, come ha deliberato il tribunale deludendo molti cambogiani, Duch passerà solo altri 19 anni dietro le sbarre. Riconoscendo il «potenziale per la riabilitazione», la collaborazione e il rimorso del condannato, i giudici - di fronte alla richiesta di 40 anni dell’accusa - hanno motivato la decisione con le «attenuanti significative che impongono una prigionia limitata nel tempo».
Duch, 67 anni, aveva ammesso le sue colpe fin dalle prime fasi del processo, nel giugno del 2009. «Non mi sento di accusare i miei subordinati. Io sono vergognosamente responsabile», aveva affermato Duch durante un’udienza in cui gli venne chiesto di commentare le immagini dipinte da uno dei sopravvissuti all’S-21, il pittore Vann Nath, e che ritraggono i «figli di Angkor» in abito nero mentre scagliano neonati e bambini contro tronchi d’albero. Ma dall’inizio di un processo più volte rimandato per mancanza di fondi, Duch ha sempre anche sottolineato di non aver mai ucciso nessuno personalmente e di aver torturato solo due persone. L’ex aguzzino ha ascoltato ieri mattina la lettura del verdetto impassibile, mentre in aula alcuni familiari delle vittime sono scoppiati in lacrime. Ora, in attesa dell’eventuale ricorso dei suoi avvocati, sono alte le probabilità che Duch rimanga l’unico Khmer rosso ad arrivare alla sentenza. Gli altri leader sono infatti quasi tutti già morti; solo altri quattro alti esponenti del regime sono in carcere di attesa di processo, ma sono ormai fragili ultraottantenni.