Ungheria, pentimenti tardivi

Non tutti gli scoop sono davvero sensazionali scoperte giornalistiche. È piuttosto frequente, infatti, che vengano concordati e programmati a tavolino da chi ha interesse a divulgare una certa notizia. E lo scoop con il quale l’Unità ha rivelato il contenuto di una recente lettera di Giorgio Napolitano a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, sembra appartenere alla seconda categoria: il nostro presidente della Repubblica riconosce e ammette, a cinquant’anni di distanza, che Pietro Nenni e i socialisti avevano ragione quando condannarono l’invasione sovietica dell’Ungheria. È una lettera che fa onore a Napolitano, ma che sembra dettata più da una necessità politica immediata che da un pentimento peraltro già manifestato vent’anni fa.
Ripercorriamo i fatti, di cui risentiremo parlare parecchio nei prossimi due mesi. Il 23 ottobre 1956, a Budapest, una manifestazione di studenti si trasformò rapidamente in una vera rivolta contro la presenza militare sovietica in Ungheria. Lo stesso Partito comunista ungherese nominò primo ministro Imre Nagy, ma la sua intenzione di ritirare il Paese dal Patto di Varsavia provocò l’invasione armata dell’Urss. Gli scontri del tutto impari che seguirono, fino all’11 novembre, provocarono la morte di 25mila ungheresi. Lo stesso Nagy e il ministro della Difesa, generale Pal Maléter, furono arrestati e fucilati. In quello stesso mese di novembre il segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, brindò con i maggiori esponenti del partito per festeggiare la vittoria dell’Armata Rossa su chi aveva tentato di liberarsi, in anticipo di decenni sulla lentezza della storia, dell’oppressione comunista.
Nel maggio di quest’anno Laszlo Solyom, presidente di un’Ungheria finalmente libera e democratica, ha invitato il presidente della nostra repubblica a presenziare alle manifestazioni per il cinquantenario della rivolta. Il Quirinale non ha ancora dato una risposta, ma forse sta preparando il terreno per una trasferta che non sarà facile, ma è doverosa. Dopo l’invito a Napolitano, infatti, tre intellettuali ungheresi sopravvissuti alla strage scrissero a Solyom una lettera aperta quanto mai esplicita: «Nel ruolo di sopravvissuti della rivolta del ’56, protestiamo nel modo più fermo contro il suo invito ad un politico, anche se presidente della Repubblica Italiana, che diede sostegno internazionale agli assassini sovietici per schiacciare nel sangue il desiderio di libertà dell’Ungheria».
Quella ungherese, infatti, fu una «rivoluzione calunniata», come recita il sottotitolo del saggio di Federigo Argentieri Ungheria 1956, oggi riproposto in versione riveduta e aggiornata (Marsilio), con un’ampia prefazione di Giancarlo Bosetti e un’impressionate appendice documentaria. La calunnia di Togliatti, e non solo sua, fu l’accusa di fascismo rivolta ai dirigenti ungheresi che avevano sostenuto la rivolta. Nella sua relazione d’apertura all’VIII congresso del Pci, tenuto a Roma dall’8 al 14 dicembre 1956, riferendosi ai fatti di Budapest, Togliatti denunciò «il successivo venire alla luce, nell’assenza o decomposizione di qualsiasi forza dirigente popolare, di una direzione reazionaria, che fa appello all’intervento armato degli imperialisti, mentre organizza il terrore bianco e prepara l’avvento di un regime fascista». Affermazione definita da Argentieri, storico certo non di destra, «totalmente falsa, calunniosa e fuorviante» nella quale si ritrova «il peggior Togliatti del precedente quarto di secolo». Anche Ignazio Silone, del resto, scrisse: «Nei confronti degli insorti ungheresi, Togliatti è stato di una volgarità e di un’insolenza che la lingua italiana non aveva conosciute dalla caduta del fascismo».
Ma Togliatti, in quell’occasione, fu tutt’altro che solo ai vertici del partito. Mentre un centinaio di intellettuali si allontanò dal Pci per protesta, Giorgio Napolitano scrisse un articolo per appoggiare e giustificare la repressione. Eccone un brano, il cui aspetto peggiore non è la qualità della punteggiatura: «Nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma di uno scatenamento della guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente (sic) abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».
Togliatti, come Napolitano, sapeva che non c’era nessuna volontà «imperialista» nella decisione del legittimo governo ungherese di ristabilire il pluripartitismo e di sciogliere la polizia politica comunista, ma il segretario del Pci mise sulla bilancia tutto il peso della sua autorità politica e culturale, stroncando qualsiasi accenno di dissenso all’interno del Pci e facendo espellere o costringendo alle dimissioni chiunque non si piegasse alla sua linea iperfilosovietica. Del resto, era coerente con se stesso: Togliatti aveva sempre educato e cresciuto i comunisti italiani alla mitologia staliniana, e era stata grande la sua irritazione quando - pochi mesi prima, al XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica - Chruscev aveva denunciato i crimini di Stalin. Passò poi gli ultimi anni della sua vita a assicurarsi che non sarebbe stato ripudiato, dopo la morte, dai suoi stessi collaboratori: il soffocamento della rivoluzione ungherese gli offrì la possibilità di rimediare ai danni del XX Congresso, prima schiacciando implacabilmente ogni minima dissidenza interna, poi circondandosi di intellettuali e di dirigenti più giovani, promossi perché non avevano esitato a lodare l’imperialismo sovietico ribadito in Ungheria dallo stesso Chruscev.
Ma fu la successione di Leonid Breznev a Chruscev a consentire a Togliatti «di compiere il suo vero e unico capolavoro», conclude Argentieri, «ossia la sopravvivenza del proprio culto per molti decenni a venire». Fu così che il Pci continuò a avere al suo interno molte «schizofrenie» (così le definì Italo Calvino), anzitutto quella di essere comunista e di volere a tutti i costi diventare democratico: prima di rendersi finalmente conto, con la caduta del Muro e il successivo cambiamento di nome, dell’impossibilità di democratizzare un regime comunista. Non sorprende, dunque, che a distanza di mezzo secolo esatto la sinistra si debba ancora interrogare su quelle vicende: «Non si riuscirà mai a dare vita a una scena compiutamente nuova», rileva Bosetti, «se lo sguardo sulla comune memoria non viene reso più lucido e crudo. Senza accomodamenti».
Giorgio Napolitano ammise il suo «errore» nel 1986, e nell’autobiografia scritta non molto prima di diventare presidente della Repubblica ha ammesso di averci messo «molti anni» per riconoscerlo. Ora sembra giusto e necessario che - proprio in quanto presidente di tutti gli italiani - vada a rendere omaggio alle tombe delle vittime di una rivoluzione calunniata. Gli costerà, perché c’è da credere che non riceverà gli applausi in genere riservati ai capi di Stato in queste occasioni. Ma compirà un atto di giustizia, dovuto non soltanto agli ungheresi ma anche agli italiani.
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