Unicef, per ogni 10 euro donati meno di 6 vanno ai bimbi poveri

Il percorso di aiuto a un bambino dell’Africa con l’Unicef passa attraverso quasi un milione di euro di consulenze in Italia e 16 milioni di dollari di altre collaborazioni esterne a New York, 956mila euro di spedizioni postali a Roma e 74 milioni di dollari investiti dall’ufficio centrale negli Stati Uniti per la comunicazione interna e istituzionale. La donazione è poi limata da altri costi che vanno dall’affitto delle sedi all’acquisto di beni per la raccolta dei fondi: quasi un miliardo di dollari di gestione generale nella sede americana di First Avenue.
Alla fine, dei nostri 10 euro per un bambino affamato, meno di 6 andranno a un progetto che proverà a salvargli la vita.
È un calcolo cinico come può essere un puro conteggio aritmetico, ma è questo il costo della beneficenza nella Onlus più amata dagli italiani, l’associazione che è stata più premiata dai contribuenti del Paese con la quota del 5 per mille Irpef, raggiungendo nel 2006 la cifra record di 5 milioni e 900mila euro di donazioni attraverso la dichiarazione dei redditi: l’Unicef, l’agenzia Onu per l’infanzia, operativa in 156 Paesi in via di sviluppo, con un budget annuo che supera di nove volte quello della Fao (oltre 8 miliardi di dollari per il biennio 2010-2011).
Guardando i bilanci nazionali e internazionali del fondo delle Nazioni Unite per i bambini, ci si rende conto che sono in atto molti sforzi per rendere meno burocratica la struttura, meno farraginoso il meccanismo degli aiuti.
Ma il risultato per ora è questo: di ogni donazione che viene versata in Italia da un cittadino, il 42,6% è mangiato dalla struttura, la macchina Unicef. Con 6 euro si sfamano i bambini e con 4 si paga l’Unicef. L’impegno c’è, ma la tassa burocratica è ancora troppo alta rispetto a quel 30% di costi amministrativi previsto negli Stati Uniti come quota massima di spesa che una Ong deve destinare ai propri uffici.
Dove vanno i nostri soldi La gestione della beneficenza all’interno dell’United Nations Children's Fund è decentrata. Sono le 37 sedi nazionali sparse per i Paesi industrializzati del mondo a concentrarsi nella raccolta dei fondi per i bambini e gli adolescenti che soffrono la fame e le malattie.
Il comitato italiano è al sesto posto per denaro trasferito alla sede di New York. La missione dell’Unicef Italia, come gli altri uffici periferici, è trovare benefattori. Secondo l’ultimo bilancio approvato, nel 2007 la sede italiana ha ottenuto 61 milioni 83mila euro di donazioni. Ne ha girati all’Unicef internazionale 42milioni 288mila. Il costo della struttura di Unicef Italia è stato di 18 milioni 794mila euro.
Questo significa che dei soldi ricevuti attraverso la campagna di promozione, il comitato di Roma ne ha trasferiti all’agenzia Onu il 69,3%. La percentuale dei costi amministrativi è stata del 30,7%: è questo la prima tassa burocratica della beneficenza per i bambini.
Si passa poi alla sede centrale di New York. Qui le spese gestionali sono pari a 912,8 milioni di dollari secondo la previsione 2008-2009, l’11,5% dei fondi investiti per il biennio. A questa quota va aggiunto lo 0,4% per la sicurezza interna, e si arriva quindi a 11,9% di budget utilizzato non per i programmi operativi, ma di «regia».
La percentuale «amministrativa» non è alta, ma i 42 milioni di euro di donazione arrivati dall’Italia scendono nella sede centrale necessariamente a 37 milioni, perché 5 rimangono intrappolati in questa seconda barriera che è il costo della struttura madre.
Ricapitolando: fondi raccolti in Italia 62 milioni, fondi realmente utilizzati per i programmi rivolti ai bambini, 37 milioni circa. Soldi che rimangono nell’Unicef: 25 milioni.
Beneficenza emozionale Ha subito una leggera flessione in Italia la raccolta attraverso i prodotti Unicef (dalle bomboniere alle «pigotte»): si è mantenuta sui 13 milioni di euro, ma è scesa di 500mila euro rispetto al 2006. Complessivamente le entrate sono aumentate però di 5 milioni di euro, soprattutto grazie all’«oro» del 5 per mille, ossia quei quasi 6 milioni di euro che qui non risultano ancora versati dallo Stato ma che rappresentano il potenziale 10% delle risorse totali.
Osservando nel dettaglio i progetti di raccolta, si nota però come gli italiani si dimentichino in fretta le tragedie del mondo: nel 2006 l’Unicef aveva raccolto per «maremoto Asia», lo tsunami, 74.900 euro, nel 2007 invece il ricavo è stato zero. E così anche per il terremoto del Pakistan e per l’emergenza Darfur (donazioni scese da 134mila a 48mila euro).
Spese e consulenze Nel bilancio del comitato Unicef italiano si segnala come il 2007 abbia segnato l’anno della stabilizzazione per il personale, con quasi 5 milioni di euro di stipendi per 145 dipendenti.
Ma le spese di consulenza si mantengono alte: 987mila euro. Sono state tagliate le collaborazioni di esperti per la raccolta fondi (-22%), ma i costi a questa voce rimangono comunque superiori ai 400mila euro. Sono raddoppiate le consulenze esterne per il settore «promozione dei diritti dell’infanzia» (180mila euro). La relazione del bilancio spiega che l’impennata è dovuta a «un’indagine effettuata dalla Doxa sulla percezione dei donatori nei confronti dell’Unicef».
Tra le varie spese, anche 76mila euro per le assemblee. La pura «attività di promozione» è leggermente superiore ai 950mila euro.
La sede centrale del fondo delle Nazioni Unite a New York prevede invece di ridurre le consulenze del 17,7% nel biennio 2010-2011, portandole da 16,1 a 13,3 milioni di dollari. Gli uffici direttivi costano da soli 14,3 milioni di dollari.


Comunque sia, anche se l’apparato burocratico è ancora dispendioso, l’Unicef si regge esclusivamente su donazioni volontarie: 6 miliardi 353 milioni di dollari ricevuti nel biennio 2008-2009. Il mondo crede all’Unicef e vuole aiutare i bambini, meglio se con meno «tasse» tra noi e chi ha bisogno.

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