«Unità», ancora patacche: la pista mafiosa inventata

L’Unità e le patacche mafiose. Sotto al titolo «il giallo della società siciliana dei fratelli Mori-Berlusconi», il quotidiano fondato da Antonio Gramsci ha collezionato una serie di curiose imprecisioni a proposito di un asserito coinvolgimento mafioso del fratello del generale dei carabinieri Mario Mori e del fratello del premier, Paolo Berlusconi, entrambi soci - così scrive l’Unità - nella società di costruzioni Co.Ge. di Parma vicina a Cosa nostra.
Prima imprecisione: per dimostrare il legame tra il parente del generale e quello del Cavaliere, così da collegare il Mori carabiniere (accusato di favorire i mafiosi e di trattare segretamente con loro) a Silvio Berlusconi (che si vuole mafioso a tutti i costi) l’Unità rispolvera la famosa «patacca» della Dia del 1999 dove erroneamente si riportò che il socio della Co.Ge., Giorgio Mori, era il fratello del generale, che invece anni dopo s’è scoperto chiamarsi Alberto. «Patacca» ripresa sia dai pm nisseni che chiedevano l’archiviazione per Berlusconi nel procedimento sui «mandanti occulti delle stragi», sia dal gip che accoglieva quella richiesta nel 2002 specificando che nonostante i riferimenti a Giorgio Mori (anziché Alberto, ndr) non vi erano prove che il fratello generale potesse esser stato «ambasciatore» di Berlusconi e Dell’Utri.
Seconda imprecisione: l’Unità sostiene che sì, effettivamente si trattò di un caso di omonimia ma che oggi - sempre secondo la Dia (sic!) - s’è scoperto che effettivamente socio di Paolo Berlusconi nella Co.Ge di Parma era il fratello (quello vero) del generale Mario Mori. Purtroppo, però, scorrendo lo «storico» dell’archivio delle Camere di commercio fra i soci della società si trova solo e soltanto Giorgio Mori (e non Alberto), che è di Parma come la società in questione.
Terza imprecisione: Alberto Mori, fratello vero del generale Mario, oltre a non esser mai stato socio nella Co.Ge, ha avuto a che fare solo indirettamente con aziende collegate al gruppo Berlusconi. Le inchieste hanno dimostrato che dopo aver lasciato l’Arma col grado di capitano agli inizi degli anni ’80, Alberto Mori è entrato alla Standa come addetto alla sicurezza quando questa era di proprietà della Montedison. Con la successiva acquisizione da parte di Fininvest nel 1989, viene confermato dai nuovi arrivati. E dopo solo un anno e mezzo lascia l’incarico per trasferirsi in un istituto privato a Roma. L’Unità scrive invece che dal ’91 il fratello del generale s’è messo a lavorare per la Fininvest. L’interessato verrà a confermarlo al processo dove il fratello Mario è imputato per aver favorito Provenzano.
Quarta imprecisione: Paolo Berlusconi non ha avuto problemi o processi per mafia, non è finito sott’inchiesta per la Co.Ge. e quando è passato in procura non è stato per i presunti affari con Cosa nostra ma per delle «voci» (risultate infondate) che lo volevano interessato alla ristrutturazione del centro storico di Palermo: c’è voluto poco a scoprire che in Sicilia non c’era mai stato, se non l’anno prima in vacanze alle Eolie.
Quinta imprecisione: quanto alla Co.Ge. dove Berlusconi è stato socio per qualche anno al 30%, l’Unità sbaglia pure i riferimenti societari, e riprendendo l’informativa della Dia (altro errore) dice che è stata in rapporti con la Tecnofin dell’indagato per mafia Salamone (per la cronaca arrestato, guarda un po’, dai carabinieri comandati dal generale Mario Mori!). Ma così non è: la Co.Ge costruì una galleria a Favignana facendo un Ati insieme ad altre due imprese (la Impresem, questa sì di Salomone, e la Impreget) e costituendo poi la Tunnedil. Che dopo aver vinto regolarmente l’appalto, costruita l’opera, si sciolse per sempre. Sempre per la cronaca, la Co.Ge. risulta immacolata sul fronte mafioso. Un dettaglio (per l’Unità).