Usa, lo spot più costoso? Anti-aborto al Superbowl

Durante il Superbowl andrà in onda una pubblicità
con protagonista la madre del campione Tim Tebow: racconta la
gravidanza che avrebbe dovuto interrompere. Invece ha generato una
star, quella che in quel momento sarà in campo

New York Negli Stati Uniti, dove il dibattito sull’aborto è una costante del mondo politico, l’ammissibilità morale dell’interruzione di gravidanza passerà di colpo dai dibattiti elettorali allo sport: grazie a uno spot di 30 secondi che sarà trasmesso a febbraio nel corso del Superbowl - la seguitissima finale del campionato di football americano - la mamma di Tim Tebow, stella nascente dello sport più amato nel Paese, diventerà la nuova eroina dei pro-lifer. Come? Raccontando come i medici le avessero sconsigliato di portare a termine la sua difficile gravidanza.

«C’era il rischio che mio figlio nascesse handicappato ma ho rispettato il suo diritto a vivere», racconta nella pubblicità Pam Tebow. «Ed eccolo qui, è il più promettente quarterback della National Football League».

Intitolato Celebrate family, celebrate life - celebra la famiglia, celebra la vita - lo spot è stato creato da una delle maggiori associazioni del movimento anti-aborto, Focus on the family, che trasmetterà il suo messaggio durante la diretta televisiva più seguita dell’anno. Quando, domenica 7 febbraio, le squadre di Indianapolis e New Orleans si sfideranno a Miami nella 44ª finale del campionato.
E proprio grazie all’incredibile audience che per più di quattro ore seguirà la trasmissione, il network Cbs riuscirà anche quest’anno a strappare 2,5 milioni di dollari ad annuncio. In genere però si tratta di «prodotti» molto più frivoli: ragazze in bikini e umorismo da colletti blu vendono lattine di birra, patatine, automobili, jeans e l’immancabile Coca Cola e le pizze congelate.

Il messaggio di Tebow, figlia di un pastore evangelico di Jacksonville in Florida - «Avevo chiesto al Signore di darmi come figlio un predicatore, invece mi trovo in casa un quarterback» - riporta sulla breccia la nuova realtà sociale americana: per la prima volta dal 1973, quando la Corte Suprema ha legalizzato l’aborto, i sondaggi della Gallup dimostrano che la maggioranza della popolazione è moralmente contraria.

Il 51 per cento (l’anno scorso era soltanto il 44) s’identifica adesso con i pro-life e a mobilitarsi contro l’aborto sono soprattutto i giovani: l’età media, secondo un’inchiesta del New York Magazine, si aggira tra i 18 e i 29 anni. «Questa è la generazione più antiabortista dell’intera storia americana dopo la Grande Depressione», spiega l’autrice dell’articolo, Jennifer Senior. «Questi giovani cresciuti con la libertà di scelta oggi non sono più convinti che abortire sia la soluzione giusta».

Anche per questo le organizzazioni pro-choice, gruppi di femministe e numerosi giornalisti liberal temono le ripercussioni dello spot trasmesso durante il Superbowl.

«Per 30 secondi cento milioni di americani saranno infelici...», ha scritto Gregg Dovel, giornalista televisivo della stessa rete Cbs. «Ma non protesto perché quello spot è contro la legge sull’aborto, bensì perché mescola la politica al nostro amato sport».

Eppure, il futuro dell’astro nascente Tim Tebow dipende proprio dalle reazioni che la Nfl avrà nei confronti dell’annuncio, che «cristallizza» la spinta pro-life: dopo essersi aggiudicato il leggendario Trofeo Herman quale migliore quarterback universitario (frequenta oggi la University of Florida e gioca con i Gators), il ventiduenne dovrebbe essere ingaggiato da una squadra del campionato professionistico. Ma sarà accettato, nonostante la sua posizione pro-life e il fatto che ogni domenica, per non avere negli occhi i riflessi della luce artificiale, si dipinga sotto gli occhi, bianco su nero, un versetto delle Sacre Scritture? «Se una squadra esita a ingaggiarmi - ha risposto il giovane Tebow - forse non è il team per me. Io certo con rinuncio alla mia fede in cambio di qualche partita giocata la domenica».

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